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In Giovane Europa Frodo non c’è

Quando m’hanno detto che il mio antico compagno di lotta, Pietro Golia, aveva pubblicato un libro intitolato “Da Giovane Europa ai Campi Hobbit”, non mi sono scandalizzato. Fare un titolo strillato per vendere di più è prassi di grossi giornali come di importanti editori e se lo fa pure “controcorrente”, la casa editrice di Pietro, non mi metto di certo io a… strillare. E non m’era nemmeno venuta la curiosità di leggere il testo. La narrativa intorno all’extraparlamentarismo italiano non mi attrae granché; il più delle volte ci ritrovo pressapochiste rimasticature di cose copiate e ricopiate. M’è capitato di ritrovare in libri diversi frasi identiche. Oggi, poi, con il copia e incolla facile, ci si fa un nome pure pubblicando le cronache dei morti ammazzati in un dato periodo. Viene apprezzata la “ricerca d’archivio” e ci si complimenta con l’autore per la sua “obiettività”. Quello ringrazia, vende un sacco di copie e comincia la scalata nel mondo della “libera” informazione. Per fortuna, non tutti hanno il cuore di pietra. E non tutti approfittano della fame di racconti che si soffre nei cosiddetti ambienti di destra. A sinistra, infatti, la pubblicistica è sterminata. Anche lì c’è un abbondante copia e incolla, ma non me ne frega.
Avevo, dunque, già archiviato la novità libraria, e non ci pensavo più, quando me ne ha portato una copia Serafino Di Luia, altro antico compagno di lotta, con il quale le vicende della vita m’hanno portato ad avere maggiore frequentazione. E così ho scoperto che il titolo non era una forzatura editoriale. L’autore, tale Giovanni Tarantino, che da una breve nota sul risvolto della quarta di copertina apprendo essere un ventottenne giornalista palermitano, ha proprio puntato ad intrecciare un legame tra l’organizzazione fondata da Jean Thiriart e i campi inventati da Generoso Simeone. Per quanto riguarda “Jeune Europe” rimando alla sfilza di testi e testimonianze (inclusa la mia recente traduzione del testo “Un Empire de 400 millions d’hommes: l’Europe”) e sui campi hobbit un altro compagno di lotta di lunghissima data, Achille Biele, ha organizzato tempo fa un convegno oserei dire conclusivo. Non approfondisco più di tanto, perché qui mi preme fare qualche precisazione.
Ho scoperto, per caso, che “il Fondo”, l’e-magazine di Miro Renzaglia, s’era occupato del testo di Tarantino per digitazione di Massimiliano Griner. In quella nota si parla di un titolo provvisorio (“Da Giovane Europa alla Nuova Destra”) e si ripete più o meno il messaggio del libro: i militanti di “Giovane Europa” parteciparono al Sessantotto e stimolarono il lungo percorso che ha portato la “nuova destra fuori dal tunnel del fascismo”.
Nemmeno di questo voglio qui occuparmi. Sarebbe cosa troppo lunga. E basta con le premesse. Vengo al dunque.

Rossi e Neri

Parlando dei movimenti sorti intorno al Sessantotto, Tarantino cita anche “Lotta di Popolo”. Dice cose stranote, compresa la vulgata della spaccatura, nel 1973, tra una linea “rossa” e una “nera”. Non va crocifisso per questo. Mica è colpa sua se quella è oramai una verità rivelata. Intendo soltanto fare una precisazione che forse potrebbe servire. Un domani, hai visto mai?, a qualcun altro risulterebbe utile avere una notizia del genere.
Il giovane narratore ad un certo punto schiaffa il sottoscritto nel gruppo dei “neri” e Claudio Mutti in quello dei “rossi”. Poi aggiunge, testuale, che «i “neri” animeranno il Comitato Pro Freda…».
Caro Tarantino devi sapere che il manifesto di solidarietà per Freda, messo in mezzo per la strage di Piazza Fontana, lo abbiamo scritto Claudio Mutti e io. Per la verità era prevista anche la partecipazione di qualcun altro (non ne faccio il nome per inveterata abitudine a citare l’anagrafe soltanto dopo che altri l’hanno fatto) il quale preferì andare a vedersi una partita di pallone (era un agguerrito laziale) invece di darci una mano secondo gli impegni presi.
Come minimo andrebbe aggiustata la classificazione: o ero un “rosso” anch’io oppure era un “nero” Claudio. La mia non è una rivelazione sconvolgente, non è la scoperta della stele di rosetta, ma credo che per i cultori della materia non sia roba da poco.
A proposito, poi, di “Lotta di Popolo” è un peccato che Tarantini non si sia meglio informato perché avrebbe scoperto che a Valle Giulia e dintorni c’erano forse un paio di ragazzi di “Giovane Europa”, mentre di giovani che avrebbero poi fondato “Olp” (la sigla fu scelta per “simpatia” con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina) ce ne furono tantissimi.
La nostra azione politica, poi, non fu mai contigua ai missini: noi non siamo entrati e usciti da quel partito seguendo aspirazioni tradite o non so che altro. Noi, semplicemente, non avemmo alcun rapporto. Anzi, Giorgio Almirante ci attaccò pesantemente alla Camera insinuando terribili trame e ambigui finanziamenti a proposito della “Libreria Romana” (e qui c’è tutta una storia finora non raccontata).
Dall’occupazione di Giurisprudenza alla Sapienza in avanti, il nostro percorso a volte si incrociò (per motivi tattici di controllo del territorio) con Adriano Tilgher e con Lello Graziani, ma fu costantemente indirizzato verso una “terza posizione” oltre gli steccati del comunismo-anticomunismo, del fascismo-antifascismo. Né fronte rosso, né reazione, insomma.

Cardini e De Anna

Il libro ha una prefazione di Franco Cardini ed una postfazione di Luigi de Anna (due dei pochi autentici ragazzi di “Giovane Europa”).
Ne riporto due brani perché molti di noi vi si riconoscono.
Scrive Cardini:
«La mia generazione, che aveva sognato la Rivoluzione europea ai tempi dell’eroica rivolta ungherese del ’56, partecipò all’aurora ancor incerta del “movimento studentesco” nei primi Anni Sessanta, inconsapevole e senza dubbio immatura avanguardia di quel che sarebbe avvenuto dopo: sognando una metafisica e una metapolitica tradizionaliste associate a una politica europeista e socialista, plaudimmo a Nasser e a Castro, c’innamorammo del “Che” Guevara (proprio perché ci eravamo prima innamorati di José Antonio) e seguimmo Thiriart».
Scrive de Anna:
«Ferventi sostenitori nel 1966 con Giovane Europa del mondo arabo e della sua lotta antimperialista nonché dei diritti dei palestinesi, avevamo pochi anni prima esaltato il putsch di Algeri e ci eravamo commossi per il “Je ne reggette rien” dei legionari di Salan e Jouheaud. Avevamo appoggiato, idealmente, l’Oas e, molti di noi sentivano simpatia oltre che per Castro e Che Guevara, anche per Peron e Trujillo, e temo, perfino per Pinochet. Ma sono contraddizioni solo apparenti…».
Nuova destra? campi hobbit? Ma che c’entrano? Se parliamo di Marco Tarchi o di Umberto Croppi, va bene. Basta guardare ai loro percorsi per capire che non c’entrano con “Giovane Europa”. Se Tarantini avesse intitolato il libro “Croppi e altri: dalla destra missina alla nuova”, sarebbe stato più azzeccato al testo.

Accame mi manca

Avevo pure pensato di scrivere uno dei miei soliti e-mail a Giano per avere un suo parere. Ma non c’è più. Non sono un intellettuale e riconosco i miei limiti. Però conosco bene certi fatti perché c’ero. La situazione politica attuale apre grandi spazi e avere più informazioni sulle radici e sui percorsi di una generazione che, unica e sola, ha provato a rompere schemi e schematismi diventerebbe un valido strumento di lotta. Abbiamo buttato il sangue (molti, la vita) e non abbiamo fatto carriera (a parte qualcuno) ma avevamo, noi, ragione. E gli altri torto. La caduta del Muro ha fatto un sacco di orfani tra i comunisti ma anche tra gli anticomunisti. Noi, vecchi orfani (di Padre Giuseppe e del generale Lee, di Caio Mario e di Carlo Pisacane, dell’Oas e di Peròn… abbiamo una enorme quantità di padri che ci sono morti) ci siamo irrobustiti camminando da soli. Quasi tutti gli orfani di questi ultimi anni sono deboli, vagano sbandati, non hanno più punti di riferimento, non sanno a chi pregare. C’è tanta energia in giro, ma non è concentrata in un fascio unico. Una saldatura tra generazioni… chissà.

Noterella:

Ho scelto come immagine a corredo una pagina di “Linea”, giornale al quale ho collaborato con diversi pseudonimi (qui è Giuseppe Spaccavento) grazie alla complicità di Stenio Solinas che era l’unico a sapere della mia partecipazione. In genere la scelta di pseudonimi o sigle a firma dei miei interventi era legata ad una mia (stupida nonché curricularmente infertile) convinzione che l’importante fosse far girare le idee e non le persone. A volte, come nelle pubblicazioni più seguite dalle guardie, c’erano (vili) motivi di difesa personale.
Giuseppe Spezzaferro

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