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La tassa sul macinato e i residenti in Svizzera

La speculazione finanziaria che ha preso di mira l’Italia non lo fa per cattiveria, per odio nei nostri confronti o per chissà quale altro sentimento. Lo fa per guadagnare facile. Vendono titoli del debito pubblico a 100, questi scendono a 90, li ricomprano guadagnando 10, poi aspettano, poi li rivendono e poi li ricomprano. Il risultato è che aumentano gli interessi che dobbiamo pagare sul debito e per non fallire (per non andare in default, come dicono loro) dobbiamo vendere i gioielli di famiglia. Che loro comprano a quattro soldi. A dirigere le operazioni è il denaro. Se domattina scoprissero che altrove i quattrini farebbero più quattrini, mollerebbero l’Italia in un nanosecondo.
Questo ci dice che l’unico modo che c’è per salvarsi è di resistere finché da qualche altra parte nel mondo non ci sia da guadagnare di più. Non possiamo fare altro. Non possiamo sconfiggere gli speculatori, cioè il denaro. Dev’essere chiaro: sono i soldi che decidono. Chi li gestisce ne è schiavo quanto noi. Con la differenza che quelli incassano e noi paghiamo il conto.

Pagano i più deboli

Il punto, quindi, non è individuare strumenti e provvedimenti per batterli. Possiamo fare una cosa sola: resistere.
Ma come? Sacrificando i più deboli. Gli industriali licenziano e risparmiano sul costo del lavoro. Lo Stato taglia le spese cosiddette improduttive. Si mette all’asta il patrimonio pubblico e così, per esempio, la Pirelli compra palazzi a meno del loro valore, diventa una grande società immobiliare e comincia a sfrattare gli inquilini per rivendere gli appartamenti al loro reale valore di mercato.
Di sistemi per fottere chi sta alla base della piramide sociale ce ne sono un’infinità e per non fallire gli Stati ne inventano sempre di nuovi. Perché pagano i più deboli?
Per due ragioni. La prima è che sono di più. Al riguardo è utile citare un tale Bernardino Grimaldi, ministro delle Finanze alla fine dell’Ottocento. Il tapino era ben deciso a togliere dal groppone dei poveracci la famigerata tassa del macinato (la tassa sul pane) ma quando fece i conti (1879) scoprì che non c’era modo di sostituirla. E’ sua l’espressione che poi è diventata un modo dire: «…se l’aritmetica non è un opinione…». Due dati per centrare la questione: nel 1869 la tassa sul macinato aveva fruttato allo Stato 45 milioni di lire mentre l’imposta sui fabbricati aveva dato soltanto 32 milioni di lire.
Altro esempio: tra le varie misure prese per riportare il bilancio pubblico in pareggio, nel 1874 fu messa una tassa di 30 lire al quintale sulla cicoria. Perché? Quell’erba sostituiva il caffè che costava di più e così il bilancio del 1875 si chiuse con un avanzo di 14 milioni.
Affinché sia chiaro di cosa sto parlando copio e incollo qui di seguito la tabella della tassa su ogni quintale di macinato:
Castagne – Tassa di cinquanta centesimi
Segale – Tassa di una lira
Granoturco – Tassa di una lira
Avena – Tassa di una lira e venti centesimi
Grano – Tassa di due lire
Chi volesse approfondire, potrebbe saccheggiare uno storico inglese (Denis Mack Smith, “Storia d’Italia 1861-1969” Laterza, 1970) come ho fatto io.

Maneggiare i ricchi con cautela

Una tassa, anche minima, imposta alla base della piramide sociale dà più gettito di una supertassa appioppata ai Paperon de’ Paperoni. Questo non significa che io sia contrario a “spremere” i ricchi, ma semplicemente che bisogna andarci cauti. Un povero contribuente tartassato più che brontolare o al massimo manifestare sotto Palazzo Chigi che danni può fare? Potrebbe cambiare il voto, ma qui il discorso si fa più complicato e perciò lascio perdere.
Va tenuto presente, piuttosto, che un miliardario, se calcola che non gli convenga più essere cittadino italiano, cambia nazionalità e/o trasferisce i quattrini in un paradiso fiscale. Ci sono fior di industriali, padroni anche di giornali che fanno la guerra a Berlusconi, o comici combattenti antiberlusconisti, che hanno la residenza fiscale in Svizzera. Uno Stato accorto deve tosare i ricchi in modo da far loro restare conveniente operare in Italia. Lo so che molti se ne fregano e vorrebbero l’esproprio proletario, epperò, come le umane vicende hanno fin qui dimostrato, i comunisti sono bravi nel rapinare la ricchezza prodotta da altri ma sono dei ciucci quando si tratta di produrla, la ricchezza.
In sintesi: all’attacco della speculazione finanziaria si fa fronte facendo pagare il conto ai più deboli. Una volta fuori dal tunnel, ai disgraziati spremuti in premio arriva un bel lavoro e/o l’abolizione di un ticket sanitario. Non faccio il cinico: è così che stanno le cose.

Tocca salvare i banchieri

Quelle stesse banche che, calcolando di guadagnare tanto, hanno messo in pancia titoli tossici, dev’essere l’uomo della strada a salvarle. Mica ci possono rimettere in profitti. Uno fa il banchiere per lucrare mica per dispensare oboli. E se non salviamo le banche? Gli Stati Uniti hanno lasciato fallire la “Lehman Brothers” e la stanno ancora pagando cara. La Gran Bretagna ha “nazionalizzato” le banche in crisi. Dappertutto, lo Stato con i soldi pubblici, cioè i nostri, ha salvato le banche.
Se si sentono sicure di non rimetterci quattrini, le banche ricominceranno a prestare soldi agli imprenditori, riattivando così il ciclo produzione-consumo-produzione.
Adesso facciamo finta che ci sia uno Stato equanime e forte. Anni fa, guardando a casa nei volumi di un bilancio dello Stato, scoprii che erano previsti finanziamenti anche per sostenere le attività dello Yacht Club di Trieste. Non ho niente contro gli yacht, le barche in genere e i loro proprietari. Uno con i soldi ha tutto il diritto di comprarsi un gozzo (come ama ripetere il “capitano” Bruno Vespa), ma non deve chiedere soldi allo Stato. Uno con una sostanziosa pensione non deve approfittare delle normative previste per gli invalidi; lasci che siano i meno fortunati a beneficiarne. Sì, sarebbe un suo diritto, ma non sarebbe giusto (ricordate Parini? «Umano sei, non giusto»). Voglio dire che anche da parte della cosiddetta società civile ci vorrebbe un po’ di coscienza. Il fatto è che la pagliuzza nell’occhio altrui ciascuno la vede chiaramente più che il trave nel proprio occhio.
Giuseppe Spezzaferro

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