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G20: non uccidete Abele

Chi attacca una postazione difensiva è normale che ne cerchi il punto debole. Sfondate le difese in quel tratto è quasi automatico averla vinta. Ci sono stati assedi terminati con la resa per fame o con la sconfitta degli assedianti. Gli attacchi della speculazione finanziaria contro il nostro debito sovrano, cioè contro l’Italia, mirano a far saltare le difese in modo da poter comprare poi a quattro soldi tutto l’appetibile.
Da quanto mi pare di capire, l’unica via d’uscita è resistere contando sul fatto che prima o poi la speculazione troverà obiettivi più lucrosi. Il denaro non si “affeziona”, va dove può riprodursi più facilmente e più velocemente.
Non dico che ci sono poche speranze di riuscire a sconfiggere la speculazione. Dico che non ce n’è nessuna. Gli Stati Uniti d’America hanno fatto (e continuano a fare) i salti mortali per resistere. La loro è una situazione imbarazzante, oltre che difficile, visto che la crisi è partita dai subprimes (prestiti diventati titoli spazzatura) del mercato immobiliare statunitense. Inglesi, spagnoli, greci, irlandesi, portoghesi… tutti hanno messo in campo quantità enormi di denaro pubblico per salvare banche e mettere argini alla speculazione. Ciascun Paese ha reagito senza badare agli altri sicché tutta l’Europa è finita sotto attacco. E’ una torta enorme dai mille sapori che non si può mangiare in un sol boccone e perciò serve farla a fette. Nessun Paese, nemmeno la Germania, è inattaccabile, ma, come dicevo prima, l’assediante cerca sempre il punto da scardinare per far crollare la resistenza. Mettere in crisi la Grecia non è sufficiente. Per attaccare Parigi e poi Berlino è giocoforza scassinare l’Italia, che tra i grandi è la più debole a causa di un enorme debito pubblico.
Al G20 di Cannes (il vertice dei Paesi più industrializzati del mondo) s’è cercata una strategia comune per affrontare la crisi economico-finanziaria mondiale, ma l’attenzione maggiore è stata riservata all’area dell’euro, la cosiddetta Eurozona, che sta subendo l’attacco più massiccio. Nell’ambito del problema europeo, i casi più delicati sono in questo momento e per motivi diversi la Grecia e l’Italia. E’ ovvio che noi non corriamo alcun rischio di finire come i greci. Do soltanto un dato per segnare le differenze. I dati della Banca mondiale del 2010 registrano che il Pil (Prodotto interno lordo) della Grecia è di circa 305 miliardi di dollari mentre quello dell’Italia è di circa 2 bilioni e mezzo di dollari (duemila miliardi e mezzo, cioè).
Non c’è proporzione, dunque, e se si continua ad agitare da più parti lo spettro greco è esclusivamente per la guerra politica in corso contro Berlusconi.

L’oro di Crasso

Gli speculatori sono sempre esistiti. Non sono animali mutati geneticamente. Più di duemila anni fa, Marco Licinio Crasso, un generale che governò Roma in un triumvirato con Cesare e Pompeo, s’era inventato un corpo di pompieri. Quando un palazzo andava in fiamme, lui arrivava, lo comprava a pochi soldi e poi faceva spegnere l’incendio. Le malelingue – pure queste sono sempre esistite – dicevano che era Crasso a far appiccare gli incendi alle case che voleva acquistare. Il gossip era arrivato fino agli estremi confini tant’è che i Parti, dopo averlo sconfitto, gli versarono in gola oro liquido per punirlo della sua avidità.
Di speculatori ce ne sono sempre stati, ma non di rado sono stati resi inoffensivi anche con mezzi meno drastici di quelli usati per Crasso.
Oggi, però, non ci sono strumenti per fermarli. Se tutti gli Stati del mondo si alleassero per combattere la speculazione, è ovvio che la guerra sarebbe vinta. Come stanno in questo momento le cose un’alleanza del genere è piuttosto lontana. Rispetto a prima della crisi, però, è meno lontana, come dimostra il G20 di Cannes. L’evento per me più importante riguarda l’impegno comune dell’Unione europea. Da molti anni faccio la medesima domanda a proposito della distanza dell’Europa economica da quella politica: quando la Federal Riserve ha un problema telefona alla Casa Bianca, quando la Bce ha un problema a chi telefona? Che all’unione monetaria si affianchi (e poi si sovrapponga) l’unione politica è talmente necessario che ben venga pure una crisi terribile come questa che stiamo vivendo se accelera il cammino verso un governo europeo.
La speculazione finanziaria è un mostruoso bestione che si nutre di carne umana e che non conosce confini geografici, politici, linguistici, etnici, religiosi. Il bestione è come uno sciame di cavallette che s’abbatte su un campo. Se ne va quando ha divorato tutto il divorabile e si dirige verso un altro campo. In un documentario americano ho visto una volta una enorme nuvola nera calare con un rumore assordante sui campi coltivati e volar via dopo averli ridotti a veri deserti.

Uccidiamo le cavallette

La forza della speculazione-cavalletta è cresciuta a dismisura negli ultimi anni perché è successo un fatto fondamentale nell’economia reale (quella che produce beni e servizi). La spirale produzione-consumo-produzione si è fortemente rallentata. A parte alcuni oggetti (per esempio cellulari e affini) per i quali il consumo è cresciuto senza posa, tutti gli altri hanno cominciato a segnare il passo. Cito il prodotto il cui crollo è stato il più evidente (e anche quello con i maggiori contraccolpi) e cioè l’automobile. La parte del mondo più sviluppata, quindi, è arrivata ad un punto vicino alla saturazione. La produzione è diventata più alta dei consumi. Molti economisti, soprattutto americani, avevano messo in guardia l’Occidente (Giappone incluso) dal rallentamento, ma non sono stati ascoltati. Il fatto è che se investo quattrini, per esempio, nello sviluppo del Sudan, dovrò aspettare un po’ di tempo per avere il ritorno dell’investimento, cioè per guadagnarci. Meglio prendermi il petrolio del Sudan e investire i soldi dove il guadagno è immediato. E’ una scelta miope. Lo sviluppo economico di un Paese fa crescere i consumi e le importazioni, fa aumentare la redditività dell’investimento con la conseguenza che crescono le iniziative industriali… insomma si innesta una spirale virtuosa. Se nelle aree che hanno soldi da spendere, tutti hanno il frigo, la lavatrice, l’automobile etc. etc. (quelli che cambiano un bene per avere sempre l’ultimo modello non sono sufficienti a tenere alti i ritmi di produzione) le aziende che producono questi beni debbono andare a vendere altrove, ma se altrove non ci sono soldi da spendere, allora debbono ridimensionare, ristrutturare, delocalizzare… tutte azioni che hanno come effetto immediato la riduzione dei posti lavoro. Va bene uccidere le cavallette, ma non basta. Serve lo sviluppo dei due terzi del mondo dove ancora l’obiettivo è la mera sopravvivenza. Il Primo Mondo s’è arricchito sfruttando il Secondo e il Terzo. Il cosiddetto Occidente deve rassegnarsi a rinunciare a un po’ di profitto se non vuole autoestinguersi.

Caino non dovrà più uccidere Abele

Ciò che succede da quando Caino se la prese con Abele è che a pagare sono sempre i più deboli. Non so se e quando questo finirà, ma so che lo schema deve cambiare per forza. Nessuno è davvero al sicuro: il ricco come il povero.
In Occidente, abbiamo sì avuto una diffusione di diritti sindacali e di tutele, ma sono cose che funzionano (e manco perfettamente) quando tutto va bene. Se le cose vanno male, saltano difese e protezioni. Gli azionisti che investono nella mia azienda vogliono guadagnarci, in caso contrario vendono i miei titoli e ne comprano altri. Per assicurare gli utili a me e ai miei azionisti, la via più facile e veloce è di ridurre il costo del lavoro, perciò licenzio, metto in cassa integrazione, prepensiono.
La saturazione dei mercati ha rallentato l’economia reale fino al punto da far “avanzare” una enorme massa di quattrini. I miei soldi si sono diretti verso altre spiagge. Lo stesso imprenditore che per affrontare la crisi di produzione s’è inventato di tutto alla fine s’è ritrovato in tasca un bel po’ di soldi. Cos’ha fatto a quel punto? Li ha investiti in ricerca e sviluppo? in nuove tecnologie? nell’apertura di nuovi mercati? Macché! O li ha messi al sicuro in qualche paradiso artificiale oppure li ha immobilizzati (come ha fatto Pirelli che s’è comprato immobili pubblici invece di investire in nuovi prodotti etc.). La massa dei soldi in libertà si è trasferita sui mercati finanziari. Non può andare avanti all’infinito. Se Caino vorrà vivere ancora non dovrà più uccidere Abele.

Il barile di carta

Il capitalismo finanziario si autoriproduce spostando masse di quattrini da una speculazione all’altra. Faccio un solo esempio: per ogni barile di petrolio reale prodotto ce ne sono venti di carta. Significa che lo speculatore vende e compra sulla carta una ventina di volte quel barile contenente l’oro nero.
Significa che sull’economia reale si è strutturata una economia virtuale. I soldi producono soldi. Si vendono e comprano soldi. I beni reali non c’entrano se non come punti di partenza.
Io scommetto che il prezzo del petrolio salirà e perciò compro barili di petrolio per il valore di un miliardo di dollari. Per vincere la scommessa non mi limito ad aspettare che i prezzi salgano, se posso, intervengo perché ciò accada. Anche perché quel miliardo di dollari io non ce l’ho. Ho comprato allo scoperto, mi sono impegnato, cioè, a pagare in un tempo successivo. Alla scadenza, dunque, io avrò con un miliardo di dollari comprato dodici milioni di barili invece che i dieci milioni di quando ho preso l’impegno.
Il mercato finanziario funziona con le profezie che si autoavverano. Scommetto sul ribasso o scommetto sul rialzo e vinco la scommessa se muovo abbastanza quattrini. C’è anche il piccolo investitore che dà una mano alla speculazione. Ci sono molti studi al riguardo, ma per adesso mi fermo qui.
Giuseppe Spezzaferro

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