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Berlusconi a casa: Deus vult

I primi a capire che per Berlusconi l’incontro sarebbe presto finito con un ko tecnico sono stati i preti. La loro conoscenza dell’animo umano si è raffinata nel corso dei secoli: molto probabilmente nemmeno un lama tibetano è mai sceso nelle profondità dell’uomo allo stesso loro livello.
Finché a prendere a cazzotti Berlusconi erano stati i magistrati, le opposizioni in Parlamento (pur con acerrimi nemici come Casini e Fini), i comici in tv, i giornali-partito, qualche sindacato e un disordinato stuolo di associazioni più o meno libere e indipendenti, i preti si sono limitati ad aspettare il prossimo round curiosi di vedere come il vecchio coriaceo tycoon sarebbe uscito dalle corde. Hanno, i preti, lanciato avvertenze relative al “comportamento decoroso” al quale più degli altri sono tenuti gli uomini di governo. Hanno rifiutato di appoggiare una qualche rivolta perché non avrebbero potuto permettersi il lusso di una sconfitta. Inoltre, il grande peccatore Berlusconi non aveva commesso un solo peccato contro la Chiesa di Roma.
Dicendo “preti” indico tutto un mondo di qua e di là del Tevere. So che è un modo sbrigativo ma ci tengo a dire che non è dispregiativo.
Quand’è che i preti hanno cominciato a muoversi con l’ottica del dopo Berlusconi? Quando hanno avuto notizia delle incipienti congiure di Palazzo. Non dico, perché non lo so, se qualche prete abbia ispirato il primo complotto o una iniziale combutta, ma è evidente che ad un certo punto è esploso l’attivismo pretesco. C’è stata una articolazione apparentemente non programmata di convegni, assemblee e pubblici dibattiti (basti pensare al confronto/concordato Fisichella-Bersani) sulla rinnovata partecipazione dei cattolici alla vita politica nazionale. Moltissimi hanno risposto all’appello pretesco perché convinti di una prossima resurrezione della Democrazia Cristiana (il partito dei cattolici egemone in Italia per mezzo secolo e passa). Qualcuno ha aderito sperando di allargare il proprio orticello (penso a Gianfranco Rotondi e alla sua insepolta Dca-Democrazia cristiana per le autonomie) e qualche altro confidando di poter mettere cappello; perfino dentro il Pd c’è stato più di qualcuno incapace di resistere al fascino del suono delle campane.

La corsa verso il passato

L’obiettivo principale è, al solito, la restaurazione. E’ una legge della Storia: ad ogni Rivoluzione segue una Restaurazione. Si riportano le cose allo statu quo ante, cioè a come stavano prima (qui approfitto per dire a chi si serve di quell’ablativo assoluto che smarronano citando lo status quo).
L’oramai famosa discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994 fu il sigillo apposto sullo sfascio causato dal manipulitismo figlio di genitori sovietico-statunitensi (la cosiddetta Tangentopoli cominciata nel 1992). I partiti che avevano dominato dal dopoguerra in poi finirono decapitati da una crociata mediatico-giudiziaria contro la corruzione. Il Partito comunista italiano (Pci) ne fu soltanto sfiorato perché la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989) aveva sepolto il “fattore K” (come lo definì Ronchey), cioè il veto imposto ai comunisti italiani di arrivare al governo. Il segretario del Partito democratico della sinistra (il Pds fu fondato nel 1991 al congresso di Rimini del Pci che s’era autosciolto) Achille Occhetto era più che sicuro che la “gioiosa macchina da guerra”, vale a dire il cartello elettorale da lui messo in piedi, avrebbe stravinto le elezioni del 1994. Si prospettava una nuova era nella quale a governare l’Italia sarebbero state le sinistre di ogni varietà di rosso. La pulizia etnica aveva lasciato in vita la Lega (astro nascente), un “Patto per l’Italia” (Segni, Martinazzoli e sfigati vari) e la solita pattuglia di post missini. Quella che per più di mezzo secolo era stata una invalicabile diga anticomunista, era stata ridotta ad un risicato argine di sacchetti di sabbia. Chi avrebbe mai fermato Occhetto e compagni?
Arrivò Silvio Berlusconi e sparigliò le carte.

L’imbattibile fondotinta

Per circa vent’anni, dunque, il partito di plastica e l’uomo del fondotinta hanno bloccato la strada aperta da Tangentopoli.
Senza le defezioni dal Pdl, Berlusconi sarebbe riuscito a rintuzzare gli assalti ancora per parecchio tempo. Non all’infinito, ovviamente. Gli uomini nascono, vivono e muoiono. Gli imperi anche. E’ vero che abbiamo raggiunto una grande capacità di manipolare. L’abbiamo fatto per millenni intervenendo sul mondo circostante e da qualche decennio lo stiamo facendo sui noi stessi. Manipolando cellule, molecole, genomi, Dna eccetera, arriveremo alla quasi immortalità, ma per ora anche un Berlusconi deve accontentarsi di campare al massimo 120 anni (come ha assicurato il suo medico Umberto Scapagnini).
I preti, dunque, hanno visto (e in qualche caso stimolato, chissà) che si stava riproponendo un fenomeno, mille volte registrato dalla Storia, consistente nella rottura della coesione interna (secondo il contesto si chiama “tradimento”, “conversione”, “voltafaccia”, “abiura”… e perfino “senso di responsabilità”) con l’abbandono del capo e di pochi fedelissimi al loro destino. Non mi stancherò mai di invitare allo studio della Storia. Conoscendo il passato delle umane vicende si è in vantaggio nell’affrontare il futuro. Mi rendo conto che la scuola fa di tutto per far odiare la Storia ai ragazzi che, per definizione, sono più portati a giocare a pallone che a studiare. Fatta eccezione per il secchione (che fra l’altro era pure deboluccio e incapace di prendere a calci una palla) è ovvio che noi ragazzi (tanto tempo fa anch’io ero un ragazzo) fossimo più attirati da una partita che dal mandare a memoria le date di nascita e di morte di Garibaldi.
Per una serie di motivi (pensione, pardon, vitalizio incerto; improbabile ricandidatura e/o rielezione; mancata promozione a ministro; faida intestina; eredità contesa; etc.) il “malpancismo”, com’è stata subito definita la fronda interna alla maggioranza di governo (non è stato colpito soltanto il Pdl), ha aperto la via alla restaurazione. Se fosse per me, rimetterei in auge la vecchia qualifica di “panciafichista” usata per bollare chi non voleva combattere (la prima guerra mondiale) perché intenzionato a “salvare la pancia per i fichi”. Tolti i travestimenti e gli orpelli, di questo si tratta.
Gli odierni panciafichisti abbandonano un capo ingombrante ed una lotta pericolosa per la carriera. I preti l’hanno capito e si sono messi al lavoro per la restaurazione (che fra l’altro è proprio un loro pallino). Tenete conto che chi passa dal centrosinistra al centrodestra è un venduto ed è invece encomiabile chi fa il percorso inverso. Una Gabriella Carlucci che va al seguito del Cavaliere è una donna di spettacolo bla bla bla; passando all’Udc di Casini diventa una intelligente e preparata amica ritrovata bla bla bla.
Pure gli eredi del Pci hanno capito che grazie ai panciafichisti potranno ripartire da dove Occhietto fu sconfitto, cioè dal listone con Pds, Ps, Rifondazione, Verdi, La Rete, Cristiano sociali e qualche altro che ora mi sfugge.
Stavolta gli ex Pci e gli ex Dc stanno nello stesso partito (il Pd) e si alleano con i melomani amanti del tintinnio delle manette (dipietristi), con i comunisti moderni e verdi (vendoliani), con radicali sparsi, socialisti e vedremo poi con quali e quanti altri.
L’obiettivo comune è tornare al prima di Berlusconi e ripartire da lì.
Se la crisi di governo si risolverà con un pastrocchio benedetto da Napolitano oppure con la chiamata alle urne sotto la neve (come preconizzato da Giuliano Ferrara) non lo so dire; anche perché oltre queste due ci sono altre opzioni: la fantasia imprenditorial-politica del Cavaliere è strepitosa oltre che imprevedibile.
E’ certo che a cantare vittoria sono già in molti: ciascuno (Fini in primis, poi Casini, poi Bersani, poi Bindi… e giù giù fino a Rutelli) avoca a sé il merito di aver fatto cadere Berlusconi. Ma Deus vult, è Dio che lo vuole (come dicevano qualche secolo fa i preti).
Giuseppe Spezzaferro

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