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Il governo Monti, la folla e le Gemonie

Il professor Mario Monti, che il presidente della Repubblica ha fatto in un battibaleno senatore a vita per dargli più forza, ha messo insieme un governo con il compito di risanare l’Italia. I partiti dovranno votare sì ai decreti ed ai provvedimenti che l’uomo della provvidenza bancaria in collegamento con un altro professore (Mario Draghi, oggi al vertice della Bce), varerà per soddisfare le richieste dei mercati cosiddetti liberi. L’Italia ha bisogno, con c’è dubbio, di una smazzata seria. Troppe incrostazioni ne bloccano i meccanismi, ma questa resa della politica al potere tecnocratico lascerà macerie che ci vorranno decenni a togliere di mezzo. La lunga stagione di Silvio Berlusconi non ha modernizzato l’Italia così come promesso e come gli italiani (anche gli avversari) si attendevano. Quel poco che ha fatto gli è costato caro assai. La verità è che dovunque si metta mano, là c’è un “potere” (una corporazione, un’organizzazione, un’associazione, un sindacato, una clientela…) che oppone resistenza, sovente vincendo. La possibilità per gli antiberlusconisti di dare finalmente la spallata al governo infilandosi nell’attacco degli speculatori finanziari (che non sono nemici di Berlusconi così come non gli sono amici per il semplice fatto che il denaro non ha sentimenti) ha, come scopriremo ben presto, completato l’opera di delegittimazione del ceto politico cominciata con Tangentopoli. Alcuni dimenticano, altri non lo sanno per niente, che l’Italia è il risultato di vicende millenarie ed è culla di mille tradizioni, per cui la riduzione alla semplice società americana è uno svilimento e basta. Basta partire da un qualunque punto e fare qualche chilometro per trovare una leggenda, un passato, un santo, un’architettura, un panorama, un’identità inconfondibili (e una pasta d’altro nome, un vino d’altro sapore…). Questi professori educati negli Stati Uniti d’America sono peggio dei peggiori barbari. E come quelli saccheggiavano e poi se ne andavano così questi tocca aspettare che se ne vadano. A meno che, com’è capitato a tanti invasori, dai Normanni agli Ostrogoti, non si “civilizzino”.

I barboni sotto i portici

Abito in una piazza con dei portici sotto i quali trovano riparo senzatetto e poveracci d’ogni razza. Molti residenti sono arrabbiati perché i loro giacigli (e i loro… bisognini) sono indecorosi e perciò premono per farli sloggiare. Non è che si organizzino per trovare loro un tetto e un pasto caldo. L’obiettivo è mandarli via. Verso altre zone della città più periferiche. La soluzione, diciamo così, è emarginare l’emarginazione. Dev’essere lo Stato a risolvere il problema e non il privato cittadino. Probabilmente con un po’ di buona volontà qualcosa la si potrebbe fare senza aspettare la soluzione dall’alto, ma l’esempio l’ho fatto per illustrare la condizione dell’Italia nei confronti degli speculatori. Può convincerli che “non c’è trippa per gatti”, come dicono a Roma, e che debbono cercarsi un’altra vittima, ma non può strappar loro i denti (i pescecani sdentati sono condannati a morire di fame). Aggressioni e rapine vanno sotto il nome di libertà di mercato.
La gran parte della gente è convinta di avere crescenti spazi di libertà. Vince l’idea che ciascuno possa fare ciò che gli pare e piace. E, soprattutto, pensare ciò che vuole; senza limiti. Se uno è convinto che l’Indonesia sia un isola del Giappone, è del tutto inutile chiedergli di guardare un atlante geografico. Si rifiuterà di farlo, perché la convinzione che ha è più importante di ciò che è reale. Tempo fa, ho visto in tv un ragazzo replicare a brutto muso allo scrittore Aldo Busi. Il giovincello sosteneva che il proprio giudizio valeva quanto, se non di più, quello del romanziere. Ho ripensato a quell’episodio quando ho visto le immagini di un giovane ribelle che comandava a Gheddafi di stare zitto.

Le colpe dei padri

E’ naturale la presunzione dei giovani. Dà loro la forza di mettersi in gioco. Le società camminano spinte dai conflitti generazionali. La nostra sta ferma perché il padre e il figlio invidiano chi ha tanti soldi, sognano la spiaggia esotica davanti al lussuoso albergo con affianco una femmina da sballo e si esaltano davanti ad un Suv. Che cosa li differenzia? Sono complici che se litigano è soltanto per la spartizione del bottino. Prima di questa squallida omologazione i figli contestavano il modello di vita dei genitori. E crescevano combattendo, una dietro l’altra, piccole battaglie di autonomia e di indipendenza. Qualcuno diceva che il giovane incendiario si fa pompiere crescendo e aveva ragione.
Ma se le cose stanno così, perché non mi piace più la presunzione del giovane? Vedo ragazzi semianalfabeti in politica (moltissimi analfabeti tout court) aggredire Nichi Vendola, cioè una persona che ha convinto parecchia gente a votarlo, un abile governatore della Puglia, un capopartito, un politico che va come un carro armato per occupare crescenti spazi di potere, e provo fastidio; e una punta di rabbia.
Vendola non mi piace, ma ne rispetto le “virtù” politiche. Chi oggi l’aggredisce, è molto probabile che domani sarà uno qualsiasi, uno dei tanti che passano la vita a programmare le ferie, che s’arrabattano per farsi la macchina nuova, che non vogliono figli per non avere problemi.
Stesso discorso per chi ha aggredito Marco Pannella. Nemmeno lui mi sta tanto simpatico, ma ha un carisma del quale pochi sono dotati. Da sempre la folla è brutale con il potente caduto in disgrazia. A Roma dalla cima delle Gemonie, le scale che scendevano dal Campidoglio al Foro (le moderne gradinate ne seguono all’incirca l’antico tracciato), venivano gettati i condannati a morte. Una sorte che subì anche Vitellio, un imperatore che veniva da Nocera vicino Salerno.
Passando a volo d’uccello sulle pagine della Storia, troveremmo innumerevoli casi nei quali la folla inferocita ha fatto a pezzi i corpi dei potenti prima osannati. Sulla stupidità delle persone quando s’affollano sono state scritte intere enciclopedie e non potrei aggiungere alcunché di nuovo. Anche le aggressioni subite da Silvio Berlusconi e mandate in onda con malcelata soddisfazione a “Ballarò” e trasmissioni varie hanno mostrato che i comportamenti della folla non si sono affatto evoluti. Se non fosse stato protetto da schiere armate, il Cavaliere sarebbe come minimo finito all’ospedale.

I muri stupidi

Ho visto Gheddafi ferito in mano ai ribelli. Ho visto le immagini del suo cadavere. Davanti agli occhi m’è ricomparso il corpo di Che Guevara. Nella mente le tante discussioni sulla sua somiglianza con il Cristo deposto di Andrea Mantegna. Forse più di qualcuno storcerà il naso all’idea di paragonare il colonnello libico con il guerrigliero argentino, però bisogna abbandonare i luoghi comuni per andare al centro delle cose. Non è da tutti e per diversi motivi, ma so per esperienza che è inutile abbattere i muri se chi sta dall’altra parte non collabora. Quel muro che vedo come un ostacolo, l’altro lo potrebbe considerare una protezione e perciò io sarei il malintezionato deciso a buttarlo giù. Quand’ero giovane mi ci accanivo contro i muri e mi disperavo. Ora non più. Tu, luogocomunista, vuoi startene confinato dietro quel muro? Bene; stacci e chissenefrega. E’ che in vecchiaia si diventa più egoisti; c’è poco da fare. E io sono vecchio.
Giuseppe Spezzaferro

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