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I bidoni americani e le gobbe artificiali

Lo zainetto fa parte dell’abbigliamento. Quand’ero ragazzo e a Salerno incrociavo giovanotti e giovanotte che viaggiavano per l’Italia zaino in spalla, mi fermavo a guardarli incuriosito e invidioso. Quegli stranieri – di solito tedeschi – erano la libertà assoluta. Avevano sulla schiena la loro casa e tutto ciò che serviva. Le persone anziane li guardavano sorridendo ma con una punta di disprezzo. Le ragazze le classificavano fra le poco di buono. Chi volete che sia una che se ne va in giro dormendo in promiscuità sotto una tenda? Una così non è proprio una puttana, ma è senz’altro zoccola. Io le guardavo provando un desiderio fortissimo. Le loro gambe snelle forti abbronzate, i loro capelli biondi lunghi a trecce a caschetto, il loro sorriso aperto gioioso consapevole dell’ammirazione come del disprezzo, e in special modo l’andatura, decisa e morbida, mi facevano girare la testa. Cioè mi voltavo a guardarle mentre avevo la sensazione di perdere l’equilibrio. Più di una volta ho seguito i loro passi. Passavano per Salerno in direzione Paestum oppure verso la Costiera amalfitana. Ad ogni incontro scoprivo qualcosa di nuovo e un giorno capii che i ragazzi non erano come noi. Non erano gelosi delle ragazze. Non erano loro proprietà. Se parlavi con le loro compagne e sorridevi, non facevano la faccia storta.

Che belle, le lingue straniere

Appena ebbi l’età per essere preso in considerazione, ogni occasione fu buona da cogliere. Feci molta pratica di inglese, imparai un po’ di francese e qualche frase in tedesco. Scoprii che era bello stare con una donna che dopo qualche giorno spariva e che non avrei più visto. Con qualcuna ho avuto uno scambio di cartoline e di lettere. Ma non ne ho rivista più nessuna.
Mi tengo ben stretta l’immagine dello zaino. Mi fa pensare alle belle ragazze libere d’amare e alla vita sulla strada. In un certo senso, anni dopo Jack Kerouac per me non fu una scoperta totale come per tanti altri che non avevano mai in vita loro fatto nemmeno un autostop urbano.
Lo zaino mi riporta alla giovinezza, all’indifferrenza per il domani, alla piena libertà di andare.
Oggi salgo sulla metro e scopro di odiare lo zainetto. Lo portano i ragazzini e le ragazzine. Li incrociavo di rado perché le ore dei miei percorsi in metropolitana e sugli autobus non coincidono con quelli di entrata e uscita di scuola. Le poche volte che m’è capitato di viaggiare in loro compagnia mi veniva una grande voglia di prenderli a schiaffoni. Si muovevano (e si muovono) senza badare a chi sta accanto, come se non avessero quell’appendice sporca e ingombrante. Loro lo zainetto lo sbatacchiano dappertutto senza fare caso a dove lo posano. Si voltano di colpo e ti colpiscono. M’è anche capitato di sentirmi chiedere scusa e la cosa m’ha fatto arrabbiare di più. Non mi piace sentirmi chiamare “signore” mentre nei loro occhi scorgo l’irrisione per il vecchio urtato dallo zainetto pesante mezzo quintale. Mi consolo pensando che è una gioventù stupida maleducata ignorante, che ci penserà la vita a punire crudelmente. Anzi, mi consolavo, perché ho cambiato atteggiamento. Un po’ lo si deve al fatto che sono diventato nonno.

Le gobbe dei vecchi

La causa principale della mutazione è stata un’altra. Ad un certo punto, qualche anno fa, vecchie befane e maschi anziani che non si rassegnano alle rughe del tempo hanno cominciato a circolare zainetti in spalla. Non soltanto quelli che vanno in palestra alla ricerca di una forza che non avranno mai più (comunque avranno la consolazione di morire sani o la grande fortuna di restarci secchi mentre fanno jogging) ma anche quelli che vanno per shopping. Non è la sola moda arrivata tra noi sulla schiena dei turisti. Hanno sempre a portata di mano la bottiglia d’acqua. E’ un fatto comprensibile per un americano o un giapponese convinti di attraversare un paese poco igienico. Nel variegato mondo del turismo internazionale si sa che l’acqua in India come in Egitto è pericolosa pure per lavarsi i denti. L’acqua minerale (o comunque imbottigliata) è una precauzione indispensabile se uno non si vuole beccare un’infezione mortale. La maledizione del Faraone, di Montezuma o non so di chi altri non c’entra unca con Roma che aveva l’acqua potabile in casa quando gli antenati di questi cauti turisti non sapevano nemmeno cose fosse una casa.
Ricordo le accese e interminabili discussioni al lungomare a proposito dei bidoni trasparenti con l’acqua che vedevamo nei film americani. Quasi sempre una scena in un ufficio – commissariato, tribunale, banca… – si svolgeva vicino ad uno di quei distributori d’acqua corredati di bicchieri di carta che il tizio o la tizia gettavano in un cestino dopo aver bevuto.

I bidoni americani

Quella fontanella artificiale faceva sognare di una ricca America nella quale era abituale l’usa e getta. Quando ero ragazzino io, era una cosa inimmaginabile. Nelle scampagnate (che a mio padre non piacevano per cui facevamo soltanto pasquetta perché era obbligatoria) fecero un giorno la comparsa i piatti e i bicchieri di plastica, ma si lavavano dopo l’uso; non si gettavano tra i rifiuti.
Bene, non ricordo come fu ma scoprii che gli americani usavano quei bidoni perché l’acqua che scorreva dai loro rubinetti non era potabile. Nei grattacieli era anche una questione di pressione. Insomma, si dissetavano a quelle fontanelle artificiali per necessità. La notizia era talmente incredibile che non fu accettata dalla combriccola cinefila della quale ero una specie di leader. Di tanto in tanto l’argomento veniva fuori e scattava un acceso confronto. A volte cominciavamo a litigare appena usciti dal cinema, perché in una o più scene era ricomparso il bidone.
Come tanti altri usi e costumi americani, quel bidone è diventato di prammatica anche da noi. La nostra acqua potabile è la migliore del mondo ma gli italiani vanno in giro con la bottiglia d’acqua, negli uffici e nelle redazioni si dissetano ai bidoni consumando quintalate di bicchieri di carta e a casa bevono acqua minerale.

I nasoni di Roma

A Roma l’acqua delle fontanelle è magnifica e cambia di sapore passando da un quartiere all’altro. Chi se ne intende apprezza le sfumature di sapore tra l’Acqua Marcia, l’Acqua Paola, l’Acqua Vergine, l’Acqua Felice… perché, cari miei, Roma è grande pure per la grande varietà di acque che la dissetano.
Passi per il turista spaventato dalla maledizione di Tutankhamon, ma gli abitanti di Roma e gli italiani in genere dovrebbero saperlo che l’acqua delle fontane, dei fontanoni e dei nasoni (fontanelle impiantate a fine Ottocento chiamate così per il rubinetto somigliante a un naso) è più che potabile. Tuttavia è una moda: uno/una che va in palestra mica si può piegare a bere alla Barcaccia di Piazza di Spagna. Lui/lei al massimo si siede un po’ sulla scalinata per fare vedere che è uno/a moderno/a mentre sorseggia educatamente da una bottiglietta di plastica.
I ragazzi con gli zainetti, dunque, mi fanno tenerezza. Adesso odio profondamente i vecchiardi armati di zainetto. Ma anche i giovanotti e le giovanotte. Che sono cresciuti abbastanza per non sentirsi in dovere nemmeno di chiederti scusa quando ti urtano o ti premono addosso con le loro gobbe artificiali.
Per fortuna sui mezzi pubblici imperversano i borseggiatori. Per paura di essere derubati, molti lo zainetto lo portano sul davanti e così vedono chi hanno a portata di… gobba.
Giuseppe Spezzaferro

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