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Tel Aviv delude la Santa Sede (che ricorda la lezione di San Francesco)

Radio Vaticana ha richiamato l’attenzione sul comportamento di Tel Aviv nei confronti dei religiosi cattolici. “Malgrado le promesse del governo israeliano – ha denunciato la radio della Santa Sede – sacerdoti e suore che escono da Israele continuano ad aver bisogno, per rientrare, di un nuovo visto di ingresso da parte di un consolato israeliano, che ottengono con grosse difficoltà e che comunque impone mesi di esasperante attesa per il disbrigo delle pratiche”. E’ stato inutile, ha detto ancora la Radio, tacere e cercare una via senza pubblici clamori sottolineando che “i responsabili ecclesiastici di Terra Santa hanno preferito evitare proteste pubbliche, cercando invece di ottenere un mutamento di linea tramite negoziati discreti con le autorità civili competenti”.

In un’intervista a Radio Vaticana, padre David Maria Jaeger, francescano di nazionalità israeliana che insegna diritto alla Pontificia Università Antoniana e partecipa alle trattative con il governo Olmert, ha detto: “Nell’accordo fondamentale con la Santa Sede del ’93 era stato previsto in linea di massima il diritto della Chiesa a dispiegare il proprio personale nelle proprie istituzioni, ma fino ad oggi non è avvenuto”. Il giurista ha fatto anche un esempio: “L’unico sacerdote siro-cattolico abilitato alla cura pastorale della sua comunità è bloccato da mesi a Roma e non può ripartire per Israele”.

Nonostante la buona volontà della Cattedra di Pietro, Tel Aviv ha difficoltà (anche per ragioni interne) a mantenere promesse e impegni. Sullo sfondo, però, non c’è soltanto la questione dei beni (immobili, cioè quattrini) da restituire alla Chiesa, ma c’è la rinnovata volontà di evangelizzazione stimolata da papa Ratzinger. “Il dialogo interreligioso, che ha come finalità la promozione della pace tra i popoli, non può e non deve escludere la conversione alla verità e alla fede cristiana, nel rispetto della libertà e della dignità di ogni persona”: ha dichiarato il segretario della Congregazione della Dottrina della Fede, l’arcivescovo salesiano Angelo Amato. Ad evitare equivoche interpretazioni, il monsignore ha precisato: “Il fatto che ci siano diverse proposte religiose non significa che siano tutte ugualmente vere. E non si può pregiudizialmente impedire al cristiano di testimoniare la propria fede, di motivarla e di proporla con carità e libertà al prossimo”. Monsignor Amato ha ribadito che “la missione evangelizzatrice della Chiesa conserva oggi tutta la sua pienezza”. Ed anche qui, ad evitare equivoci, ha precisato che evangelizzare “non è certo prevaricazione assolutistica e fondamentalistica, ma rispetto della verità del mistero salvifico di Cristo e obbedienza al suo comando di annunciare e di testimoniare il Vangelo a tutte le creature”. Per la Chiesa Cattolica, ha ricordato il numero due dell’ex Sant’Uffizio, “lo stile sempre valido è quello di san Francesco” nell’incontro con il Saladino in quanto “la libertà non può essere mai disgiunta dalla verità: l’evangelizzazione è un’opportunità per il non cristiano di conoscere e di aprirsi liberamente alla verità di Cristo e al suo Vangelo in coerenza con l’atteggiamento della Chiesa fin dal giorno della Pentecoste”.

Qui aggiungiamo una noterella storica che pare sia ignorata da chi pensa al Poverello di Assisi come a un pacifista dei giorni nostri. Nel 1219, Francesco partì con frate Illuminato per la Siria, dove aveva deciso due anni prima di fondare una provincia, con frate Elia come ministro; lo seguì subito dopo un gruppo di cinque frati che, partiti dal Portogallo, sarebbero poi stati martirizzati a Marrakech. Cristiani e musulmani erano divisi da un profobdo solco di sangue. Un editto del sultano Malik al-Kamil diceva che chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto in compenso un bisante d’oro. Secondo documenti dell’epoca, Francesco andò proprio da lui a dirgli: “Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa”. La testimonianza di frate Illuminato (che era con lui) è ancora più dura. Leggiamo cosa disse Francesco al Sultano secondo la testimonianza del suo accompagnatore: “I cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti più uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi”.

Al di là del fatto incontestabile che si tratta di testimonianze di un’epoca nella quale Croce e Spada marciavano insieme e che non abbiamo una “registrazione” del dialogo Francesco-Malik al-Kamil, non si può negare che il Santo che parlava ai lupi avesse più il piglio di un evangelizzatore che quello di una remissiva colomba.

Radio Vaticana ha richiamato l’attenzione sul comportamento di Tel Aviv nei confronti dei religiosi cattolici. “Malgrado le promesse del governo israeliano – ha denunciato la radio della Santa Sede – sacerdoti e suore che escono da Israele continuano ad aver bisogno, per rientrare, di un nuovo visto di ingresso da parte di un consolato israeliano, che ottengono con grosse difficoltà e che comunque impone mesi di esasperante attesa per il disbrigo delle pratiche”. E’ stato inutile, ha detto ancora la Radio, tacere e cercare una via senza pubblici clamori sottolineando che “i responsabili ecclesiastici di Terra Santa hanno preferito evitare proteste pubbliche, cercando invece di ottenere un mutamento di linea tramite negoziati discreti con le autorità civili competenti”.

In un’intervista a Radio Vaticana, padre David Maria Jaeger, francescano di nazionalità israeliana che insegna diritto alla Pontificia Università Antoniana e partecipa alle trattative con il governo Olmert, ha detto: “Nell’accordo fondamentale con la Santa Sede del ’93 era stato previsto in linea di massima il diritto della Chiesa a dispiegare il proprio personale nelle proprie istituzioni, ma fino ad oggi non è avvenuto”. Il giurista ha fatto anche un esempio: “L’unico sacerdote siro-cattolico abilitato alla cura pastorale della sua comunità è bloccato da mesi a Roma e non può ripartire per Israele”.

Nonostante la buona volontà della Cattedra di Pietro, Tel Aviv ha difficoltà (anche per ragioni interne) a mantenere promesse e impegni. Sullo sfondo, però, non c’è soltanto la questione dei beni (immobili, cioè quattrini) da restituire alla Chiesa, ma c’è la rinnovata volontà di evangelizzazione stimolata da papa Ratzinger. “Il dialogo interreligioso, che ha come finalità la promozione della pace tra i popoli, non può e non deve escludere la conversione alla verità e alla fede cristiana, nel rispetto della libertà e della dignità di ogni persona”: ha dichiarato il segretario della Congregazione della Dottrina della Fede, l’arcivescovo salesiano Angelo Amato. Ad evitare equivoche interpretazioni, il monsignore ha precisato: “Il fatto che ci siano diverse proposte religiose non significa che siano tutte ugualmente vere. E non si può pregiudizialmente impedire al cristiano di testimoniare la propria fede, di motivarla e di proporla con carità e libertà al prossimo”. Monsignor Amato ha ribadito che “la missione evangelizzatrice della Chiesa conserva oggi tutta la sua pienezza”. Ed anche qui, ad evitare equivoci, ha precisato che evangelizzare “non è certo prevaricazione assolutistica e fondamentalistica, ma rispetto della verità del mistero salvifico di Cristo e obbedienza al suo comando di annunciare e di testimoniare il Vangelo a tutte le creature”. Per la Chiesa Cattolica, ha ricordato il numero due dell’ex Sant’Uffizio, “lo stile sempre valido è quello di san Francesco” nell’incontro con il Saladino in quanto “la libertà non può essere mai disgiunta dalla verità: l’evangelizzazione è un’opportunità per il non cristiano di conoscere e di aprirsi liberamente alla verità di Cristo e al suo Vangelo in coerenza con l’atteggiamento della Chiesa fin dal giorno della Pentecoste”.

Qui aggiungiamo una noterella storica che pare sia ignorata da chi pensa al Poverello di Assisi come a un pacifista dei giorni nostri. Nel 1219, Francesco partì con frate Illuminato per la Siria, dove aveva deciso due anni prima di fondare una provincia, con frate Elia come ministro; lo seguì subito dopo un gruppo di cinque frati che, partiti dal Portogallo, sarebbero poi stati martirizzati a Marrakech. Cristiani e musulmani erano divisi da un profobdo solco di sangue. Un editto del sultano Malik al-Kamil diceva che chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto in compenso un bisante d’oro. Secondo documenti dell’epoca, Francesco andò proprio da lui a dirgli: “Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa”. La testimonianza di frate Illuminato (che era con lui) è ancora più dura. Leggiamo cosa disse Francesco al Sultano secondo la testimonianza del suo accompagnatore: “I cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti più uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi”.

Al di là del fatto incontestabile che si tratta di testimonianze di un’epoca nella quale Croce e Spada marciavano insieme e che non abbiamo una “registrazione” del dialogo Francesco-Malik al-Kamil, non si può negare che il Santo che parlava ai lupi avesse più il piglio di un evangelizzatore che quello di una remissiva colomba.

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