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Beato Karol, pensaci tu

A Roma, sul piazzale della Stazione Termini c’è un coso di metallo che, non si sa per quale motivo, deve restare lì. Non è una statua, nonostante un cartello a terra faccia riferimento al Papa Giovanni Paolo II. Non è nemmeno un artifizio simbolico, malgrado la palla rotonda con impressi i tratti di un faccione poggiante su un blocco squarciato a mo’ di granata esplosa.
Non c’è niente da fare. Quel bidone non si sposta.
A Natale, le teste d’uovo capitoline avevano convinto il sindaco Gianni Alemanno a montare con la modica spesa di 25mila euro un gigantesco cono di plastica a Piazza Venezia. Poche ore dopo le proteste avevano persuaso il Campidoglio a spostare l’oggetto all’Eur ed a rimpiazzarlo con un vero abete.
L’idea di inserire elementi di novità nelle cartoline romane non è tutta da buttare. Roma è una città viva, non un parco archeologico o un museo a cielo aperto. E’ un capolavoro da rispettare e da conservare, ma va attrezzata per l’uso quotidiano. Reti tranviarie, cabine telefoniche, segnali stradali…tutto quanto deve avere una particolare attenzione, visto che va inserito in un tessuto plurimillenario, ma è invitabile che ci sia. Gli interventi sul territorio non possono, però, violentare l’Urbe. E a me Piazza Venezia non m’era sembrata violentata più di tanto. Molto dipende dal gusto (e dal buongusto), ma un cono luminoso invece di un albero non era poi così offensivo. L’albero è un simbolo noto a pochi (di passaggio, rilevo che i più indignati si sono mostrati i consiglieri comunali del Pd…); per la maggioranza delle persone i riti natalizi si esauriscono nell’esaltazione consumistica e non sarebbe stato quel tocco di plastica in più a rovinare l’atmosfera.

I dolori del sindaco Alemanno

Il trasferimento del cono era stato per me un buon segnale. Di lì a poco, m’ero illuso, sarebbe stato trasferito anche il bidone impiantato a Termini. L’illusione è durata poco. Nel sacco della Befana capitolina i romani hanno trovato un bel cantiere di “abbellimento” del manufatto.
L’autore del monumento, diciamo così, a Karol Wojtyla ha promesso che rifarà quella schifezza di patina che, come mostrano le foto fatte da mio fratello Gianni, fa pensare ad una superficie aggredita da secoli di intemperie. Si è anche impegnato a “completare” l’opera. Non chiedetemi come mai l’artefice avesse esposto al pubblico un non-finito. Non l’ha spiegato nemmeno lui. Ha affermato, invece e in più occasioni, che la patina malfatta era stata causata dalla fretta (ma chi gli correva dietro?)… insomma sta di fatto che quel regalo Roma se lo deve tenere.
Da tempo Alemanno sa che come sindaco è un fallimento, ma il governo Berlusconi è caduto e non può più aspirare ad una cooptazione ministeriale. Per ritagliarsi un ruolo nazionale, deve mirare al partito. Ma a quale? Il Pdl fra poco non esisterà più, non fosse altro perché costretto a cambiare nome (Gianfranco Fini è comproprietario del logo insieme con Silvio Berlusconi) mentre si delinea la possibilità di una rinascita di An. Il momento è delicato. Se Alemanno fa la scelta sbagliata (in termini di risultati, ovviamente), torna alle caselle iniziali, quand’era un militante della giustizia sociale; tanta fatica e poca ciccia, cioè.
La politica politicante è sconfinata, nel senso che non conosce confini invalicabili. Niente è impossibile e tutto è possibile. I nemici di ieri diventano amici per la pelle. I fratelli tirano fuori i coltelli pronti a sbudellarsi a vicenda. Le convinzioni si adeguano con elegante elasticità oppure lasciano il posto a fulminanti conversioni. Ricordate l’ex radicale mangiapreti Francesco Rutelli che si convertì alla Chiesa cattolica apostolica e romana in occasione del Giubileo (e dei suoi fondi)? I sindaci passano, ma i guai da loro combinati restano, purtroppo. A meno che il Beato Karol, scocciato pure lui, non faccia un miracolo.
Giuseppe Spezzaferro

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