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Talleyrand non c’è. Peccato!

Il principe e vescovo, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, a 43 anni pilotava la politica estera francese e a 61 rappresentò la Francia al Congresso di Vienna, che risistemò l’Europa disegnata dalle imprese napoleoniche. Fu uomo di fiducia del Re, della Rivoluzione, di Napoleone e di nuovo del Re. La vulgata dice che Talleyrand fu un voltagabbana. Ma che vuol dire? Era un uomo capace e abile, sapeva fare bene il proprio mestiere e di conseguenza faceva bene alla Francia. Era fedele alla Nazione piuttosto che a chi la governava. Teneva molto da conto i propri interessi ma è comprensibile: era un uomo politico, non un missionario.

La domanda da porsi è: la cura degli affari personali causò danni alla Francia? Oggi nessuno storico risponde sì. Il principe-vescovo fu un corrotto-corruttore? E’ cosa che riguarda la sua coscienza. La immoralità di un uomo diventa colpa politica quando è dannosa alla comunità, quando è fonte della debolezza di una società: la massima espansione dell’Impero romano coincise con il più alto grado di corruzione nella vita pubblica. Le “condanne morali” sono uno dei tanti strumenti utilizzati nella lotta politica per avere il consenso delle masse. La storiella della regina Maria Antonietta, che invitava il popolo a mangiare brioches visto che non aveva pane, diede una grossa spinta alla macchina propagandistica dei rivoluzionari. E’ facile convincere il popolo a chiedere la testa di qualcuno se lo si accusa di immoralità.

Le accuse di illecito arricchimento mosse da Cicerone contro Verre determinarono la fine del governatore della Sicilia. Ceausescu, padrone della Romania, fu condannato anche perché i suoi cani mangiavano carne mentre il popolo non poteva permetterselo. Gli italiani hanno applaudito i giudici che mettevano le manette ai politici accusati di prendere e dare bustarelle. Il manipulitismo è stato il grimaldello che ha scardinato il sistema fondato su Yalta. E il fatto che sia stato utilizzato da gruppi non propriamente di suore orsoline contro partiti non propriamente di Barbablù non conta nell’immaginario collettivo. La normale invidia sociale viene opportunamente solleticata e il popolo finalmente ha la soddisfazione di vedere il potente in manette.

L’internettuale – che pur aspira ad una Politica che si coniuga con l’Etica – sa che negli scontri tra fazioni i richiami all’onestà, alla lealtà, alla sincerità ed a quant’altro di nobile c’è nell’uomo sono argomenti usati strumentalmente. Non s’è mai visto un governo di uomini politici “buoni” contro uomini politici “cattivi”; né si vedrà a breve. L’esempio del ministro Talleyrand è utile a dimostrare che la qualità di un uomo politico deve essere l’efficienza finalizzata al bene comune. Ciò che fanno le rivoluzioni è mandare via (o al cimitero) una vecchia classe politica e sostituirla con una nuova. Si fanno le eccezioni necessarie: nella Cina popolare, antiborghese e antiaristocratica di Mao il ministro degli Esteri, Chou En-lai, era un mandarino.

Quando le “rivoluzioni” sono fasulle non cambia granché. In Italia, all’indomani della cosiddetta Tangentopoli, molti hanno auspicato il miracolo di un rinnovamento parlando addirittura di seconda repubblica. Ma quali sono questi uomini nuovi (a parte Berlusconi e Bossi) che sono arrivati a risistemare l’Italia dopo la rivoluzione mediatico-giudiziaria? La nomenklatura è più o meno composta dagli stessi uomini che si sono riposizionati sul mercato elettorale e nelle classiche stanze dei bottoni. I voltagabbana contemporanei sono voltagabbana e basta; non hanno alcuna virtù che possa compensare i loro vizi. Come pretendere da loro l’ammodernamento delle Istituzioni, la semplificazione dei processi amministrativi, la trasparenza eccetera ecceterone? Perfino Veltroni, presentatosi come uomo del popolo, ha proceduto alla distribuzione delle cariche usando i soliti schemi. Altro che partito nato dal basso. La verità vera è che non ci sono Talleyrand nella nomenklatura. Non vediamo uomini, che – per quanto deprecabili secondo i giudizi sparati da moralisti senza morale – siano capaci di mettere ordine e fare il bene della comunità. E nella nomenklatura si entra soltanto per cooptazione. Così il cerchio si chiude. E l’Italia corre il rischio di attendere ancora parecchio prima di entrare a pieno titolo nel Terzo Millennio.

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Un Commento

  1. In occasione della programmazione del film “IL DIVO” sul percorso storico
    di Anreotti, Eugenio Scalfari non convinto della personalità del personaggio
    che si materializzava nello svolgersi della pellicola,non trovava di meglio che paragonare, nella rubrica da lui tenuta sull’Espresso n.23 del12.6.08,
    il”Divo” a Talleyrand.A parte le ovvie differenze storiche culturali nelle quali i due perronaggi hanno operato,la mia opinione è che Andreotti non sarà mai accostabile a Talleyrand in quanto privo di quel pragmatismo che
    ha caratterizzato l’opera politica del principe/vescovo francese:Talleyrand
    ha anche operato per suo tornaconto,ma principalmente per il bene supremo della Francia. Non mi viene in mente qualcosa di paragonabile da parte del nostro se non episodi politici modesti e marginali raramente firmati, e con una certa ritrosia,forse per timore di schierarsi con decisione.

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