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F-35: la sconfitta dell’Europa

Gli attivisti della “Tavola della Pace”, di “Rete Disarmo” e di “Sbilanciamoci!” sono scesi in centinaia di piazze per chiedere al governo Monti di bloccare i fondi destinati all’acquisto dei nuovi cacciabombardieri statunitensi F-35. A manifestare c’erano anche molti studenti che chiedevano di dirottare quei quattrini su Istruzione e Ricerca.
E’ stata una delle tante manifestazioni di “caccia al caccia”.
Sul sito www.disarmo.org, le tappe della mobilitazione sono state così riassunte:
«19 maggio 2009: inizia la campagna “Caccia al caccia! Diciamo NO agli F35”.
A luglio 2009 vi confluisce la “Campagna di indignazione nazionale” promossa da GrilloNEWS che ha raccolto da aprile a luglio 2009 oltre 8700 adesioni di cittadini.
Nei mesi successivi la campagna ottiene il sostegno fattivo di Unimondo e di Science for Peace, progetto della Fondazione Umberto Veronesi.
Il 24 novembre 2010, durante il convegno “Volano gli aerei o i costi?” organizzato da Sbilanciamoci! e Rete Disarmo per la prima volta il Ministero della Difesa (per bocca del Sottosegretario Crosetto) ammette ufficialmente che sono sorti dei dubbi sull’acquisto di tutti i caccia previsti
».
Sul fronte dei contrari ai caccia, si schierano anche movimenti e giornali mossi da motivazioni, diciamo così, “parallele”.
Vedendo che la “Caccia al caccia” comincia nel 2009, mi vien da commentare “meglio tardi che mai”, dato che il primo “sì” all’acquisto del nuovo aereo lo disse Prodi nel 1996. Forse all’epoca, per i “pacifisti” le priorità erano altre.

La fabbrica di Cameri

Il sito No–F35 scrive: «La due giorni svolta ad Isarno/Novara ha evidenziato la volontà da parte di più gruppi sparsi nei territori, di costruire mobilitazione ed azione volta alla difesa dell’integrità dei territori stessi. Erano presenti esponenti di Novara, del Borgomanerese e dei laghi, del Castanese e del Magentino. Si è individuata come centrale ed unificante la questione dell’attacco portato al Parco del Ticino ed ai territori ad esso limitrofi attraverso progetti di cementificazione che vertono sull’Autostrada Biandrate-Malpensa – voluta dalla giunta provinciale e dal suo presidente Sozzani – la variante della stessa intorno all’aeroporto militare di Cameri – atta a circoscrivere un’ampia fetta di territorio che ospiterà strutture di servizio alla fabbrica della morte degli F-35 con conseguente militarizzazione del territorio stesso – la terza pista dell’aeroporto civile di Malpensa. Queste opere che, oltre ad essere inutili e spesso a duplicare infrastrutture già esistenti, evocano il pericolo di infiltrazioni della malavita organizzata, non hanno sicuramente il ruolo, falsamente sbandierato, di creare occupazione e sviluppo, ma unicamente quello di dare corpo alla volontà di ledere la qualità della vita delle popolazioni per trarne un profitto».
Da quelle parti sono contro i cacciabombardieri perché distruggono l’ambiente e fanno arrivare i camorristi.
A Cameri (Novara) si sta impiantando una linea di assemblaggio (FACO, Final Assembly and Check-Out) per il montaggio finale ed il collaudo degli aerei F-35.
A proposito di questo impianto c’è uno scontro in corso anche sul numero dei posti-lavoro: gli entusiasti dei caccia ne calcolano 10mila, per i contrari saranno poco più di 200. E’ ovvio che esagerano sia gli uni che gli altri, ma quando ci si schiera l’esagerazione viene spontanea. Il tifoso di calcio, questo, lo capisce appieno.

Il balletto dei numeri

Altre cifre, che salgono e scendono in rapporto all’opinione che sta dietro, sono quelle relative ai costi dei cacciabombardieri. Per me, il dato è ininfluente. Se anche un aereo costasse quanto un’utilitaria, i contrari sosterrebbero ugualmente l’eccessività della spesa. Il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo di Paola, ha annunciato la riduzione del numero degli aerei da acquistare: saranno 90 invece che dei previsti 131. Una riduzione che ha dato maggior fiato ai contrari, ma che era da parecchio tempo nell’aria. A causa della crisi, tutti, Stati Uniti inclusi, stanno tagliando le spese e quelle militari non fanno eccezione.
Un ulteriore argomento contrario al cacciabombardiere lo ha lanciato il quotidiano “Il Fatto” rivelando che una nota interna del Pentagono (venuta a conoscenza dell’Agence France Press) abbia qualificato “inaffidabile” il nuovo F-35. La bocciatura ad opera del quartier generale del Dipartimento della Difesa Usa significa che è tutta una fregatura?.
Gli americani, cioè, stanno ristrutturando l’intera loro supremazia aerea su un velivolo “inaffidabile”? Mah!
Altro tema è quello relativo ai costi di uscita dal programma. C’è chi afferma che, se lo Stato rinunciasse all’acquisto degli aerei, dovrebbe sborsare una quantità di denaro poco più che equivalente all’intera commessa. Dalla parte opposta, si sostiene che i quattrini risparmiati interrompendo il contratto sarebbero di più rispetto a quelli che sarebbero spesi acquistando i 90 velivoli. C’è un balletto di cifre facile da seguire digitando su internet. Io so soltanto che il costo delle fasi già attuate è di 2,7 miliardi, e questo sì che sarebbe un inutile spreco. Tuttavia, l’argomento non mi appassiona granché e passo a una questione più grave.

L’Eurofighter resta a terra

Il cacciabombardiere made in Usa decolla in un momento nel quale arrivano a scadenza – yogurt d’acciaio! – gli aerei da combattimento fin qui prodotti. Ne discende che i Paesi dotati di un’aviazione militare non di mera facciata dovranno rinnovare il “parco-macchine”. Il Lockheed Martin F-35 Lightning II (JSF) sarà venduto in migliaia di esemplari (le previsioni variano da seimila a settemila) e perciò per circa trent’anni l’industria aeronautica europea sarà fuori mercato.
Perché gli europei non si sono mossi sapendo che migliaia di aerei da combattimento sarebbero arrivati a “fine vita” quasi in contemporanea?
Eppure, con l’Eurofighter l’Europa s’era incamminata verso una reale autonomia tecnologica, e quindi militare, sul fronte della difesa strategica.
I tecnici aeronautici sanno, per esempio, perché il caccia Typhoon è rimasto a terra, rimanendo classificato di quarta generazione e mezza, e perciò ha perso la gara con l’americano F-35 che è di quinta generazione.
Mi scoccia pure il fatto che il budget statunitense sia pagato in parte dai Paesi, come l’Italia, che debbono aggiornare la flotta aerea. Tra qualche anno, Amx e Tornado arriveranno a “fine vita” e dovranno essere sostituiti.
Lo so, il “pacifista” strilla che non sarebbe necessario, perché l’Italia, come dice la Costituzione, “ripudia la guerra”, ma le armi servono proprio a scoraggiare il bellicoso di turno. Qui faccio una breve digressione.
C’è un settore tutto da esplorare (e da occupare) nel quale l’industria europea e quella italiana in particolare sono in una fase avanzata. Se la battaglia è persa per i cacciabombardieri, non è detto che non si vinca con gli Ucav (Unmanned combat air vehicle), cioè con gli aerei senza pilota. C’è il “nEUROn” (programma cominciato dalla francese Dassault per un Apr, Aeromobile a pilotaggio remoto, con caratteristiche stealth) e c’è l’italiano (Alenia Aeronautica) “Sky-X”, un Apr finalizzato alla ricerca nel campo dei velivoli da ricognizione strategica e controllo del territorio. Lo “Sky-X” potrebbe essere adattato a Ucav, cioè ad aereo da combattimento. I “droni”, dunque, sono la frontiera del prossimo futuro che vedono l’industria europea in pole position.

La genesi del nuovo cacciabombardiere

La nascita di un aereo da combattimento multiruolo non ha una breve gestazione. Per il modello base F-35 (le specifiche tecniche delle varie versioni si trovano su internet) tocca risalire al 1993, quando, crollato il Muro di Berlino e smembrata l’Unione sovietica, gli Stati Uniti si ritrovarono padroni del mondo. Finita la “corsa agli armamenti”, l’eccezionale posizione egemonica consentiva, fra l’altro, di risparmiare quattrini sulle armi.
Tutti i progetti di nuovi aerei da combattimento furono raccolti in un unico programma, in modo da economizzare sui costi di sviluppo e di produzione, innanzitutto, e poi su quelli operativi, in quanto un solo velivolo nuovo avrebbe sostituito i vecchi. Tre anni dopo, fu deciso che il nuovo caccia sarebbe stato prodotto in tre versioni (per l’Air Force, per la Navy e per i marines). Gli esperti del programma JSF (Joint Strike Fighter) scelsero due proposte, una della Boeing e l’altra della Lockheed.
Alla fine del 2000, i prototipi furono collaudati e valutati per un intero anno di test e, alla fine, vinse il progetto Lockheed denominato F-35.
La strategia di risparmio nei costi contemplava anche il coinvolgimento di altri Paesi in qualità di partner. Gli Usa stabilirono quattro livelli di partnership.
Partner di livello 1 è la Gran Bretagna (sborsa 2,5 miliardi di dollari nella fase di sviluppo e progetto).
Partner di livello 2 sono l’Italia (con 1 miliardo di dollari) e l’Olanda (800 milioni di dollari).
Partner di livello 3 sono Canada (440 milioni di dollari), Turchia (175), Australia (144), Norvegia (122) e Danimarca (110 milioni).
Il quarto livello prevede l’acquisizione di informazioni privilegiate in cambio di poche decine di milioni di dollari e contempla Israele e Singapore.

La firma di Prodi nel 1996

L’Italia decise di partecipare al programma JSF nel 1996, con Romano Prodi, presidente del Consiglio. Il Parlamento fu d’accordo e non ci furono reazioni “pacifiste”.
Due anni dopo, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, il governo riconfermò la partecipazione al programma JSF.
Il 23 dicembre del 1998, D’Alema firmò il primo memorandum (Memorandum of Agreement).
Nel 2002, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riconfermò la decisione.
La firma per partecipare alla fase di costruzione dell’aereo – economicamente impegnativa per lo Stato italiano fino al 2046 – la mise Prodi nel 2007. L’Italia, che aveva già sborsato 1 miliardo di dollari, si impegnò a sborsare un altro miliardo (a rate fino al 2046) per partecipare alla fase di costruzione del cacciabombardiere.

Burro e cannoni

L’acquisto degli aerei F-35 ha riaperto l’antico scontro tra “militaristi” e “pacifisti” (uso le virgolette per sottolineare la estrema sintesi di posizioni molto complesse). In questo periodo di crisi economica, spendere quattrini per aerei da guerra appare assurdo anche a chi non creda nel “pacifismo”. Per “salvare l’Italia”, il governo ha preteso grossi sacrifici, ha tagliato spese in tutti i settori, ha imposto tasse e balzelli e, perciò, non ha alcun diritto di regalare miliardi ai “militaristi”.
Nell’Ottocento gli antimilitaristi lanciarono lo slogan “più burro, meno cannoni”. Secondo i sostenitori del disarmo, le guerre mondiali oltre alle diverse centinaia di guerre locali sono scoppiate a causa delle spese militari. Invece che per l’industria degli armamenti – dicevano e dicono – sarebbe stato meglio spendere soldi per le attività agricolo-pastorali: se gli Stati insistono a produrre, comprare e vendere armi, la conseguenza non può che essere la guerra.
Il “pacifista” crede profondamente che, in assenza di armi, ci sarebbe la pace mondiale.
E’ probabile che domani, quando non esisteranno più nazioni e popoli e la Terra avrà un governo mondiale dell’umanità, non ci saranno più guerre, ma, al momento, ci stanno in giro un sacco di cattivoni ed è meglio non farsi trovare disarmati.
Una tribù di vegetariani circondata da numerose tribù antropofaghe è facile immaginare che abbia scarse probabilità di sopravvivenza. Potrebbe fare una politica di informazione e di acculturazione per convincere gli antropofagi a nutrirsi di noci di cocco, ma non avrebbe speranze di successo se andasse a predicare a mani nude.
Si vis pacem, para bellum”, insegnavano i Romani perché sapevano che la pace si mantiene all’ombra della spada.
Giuseppe Spezzaferro

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2 commenti

  1. Capisco in parte e condivido totalmente il meccanismo per il quale alcune spese vanno fatte indipendentemente dalle cifre spese e da ciò che si compra, quello che maggiormente a me fa più effetto è il rendermi conto che: “Se anche un aereo costasse quanto un’utilitaria, i contrari sosterrebbero ugualmente l’eccessività della spesa” questo credo che si dovuto principalmente al metodo di giudizio che viene adoperato dalla maggioranza delle persone che sono principalmente “tifose” di qualcosa e quindi per forza di cose informate di parte e in parte macando totalmente di obiettività.
    Leggendo l’articolo mi è anche venuta alla mente una storiella metafora della crisi:
    “In una città dell’Arizona un tipico uomo-medio americano, Marvin Sellers, fa una sera i suoi conti e si accorge di non potersi permettere un nuovo, modernissimo modello di frigorifero. Annulla l’ordinazione e mette in moto, in piena innocenza, uno spaventoso cataclisma recessivo. Il suo piccolo risparmio di bilancio si ripercuote di prodotto in prodotto, d’industria in industria, producendo una reazione a catena di sfiducia che paralizza in pochi mesi l’intera economia mondiale. I massimi esperti non sanno più dove battere la testa, nulla sembra poter fermare la valanga che ha travolto il gigante consumistico. Finché a qualcuno viene in mente di impegnare ogni restante risorsa nella ricerca della causa della crisi. E via via risalendo, si scopre che il colpevole, il primo anello della nefasta catena, è un uomo, un uomo solo un certo Marvin Sellers, di Tucson, Arizona… ”
    Scritto nel 1974 Mark Reynolds “Effetto valanga”

  2. Giuseppe Spezzaferro

    …la tesi del romanzo è che il consumismo sia motore di sviluppo… una tesi diffusa quanto quella che suggerisce di non consumare in modo da rallentare la morte della Terra… c’è chi crede in Dio e chi confida nello yoga e chi, come il lavandaio che, in “C’era una volta il West”, portava cinghia e bretelle insieme, ha fede in Dio e nello yoga, e nel malthusianesimo eccetera ecceterone…

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