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Marò sequestrati in India: ostaggi elettorali

C’è un modo per liberare i due fucilieri del San Marco sequestrati in India ed è far perdere le elezioni ai comunisti.
C’è anche un altro modo: far vincere le elezioni ai comunisti.
Farneticazioni? Meglio che mi spieghi, prima che qualcuno mi mandi l’ambulanza per la neurodeliri.
Il 14 marzo si vota nel Kerala, lo Stato federato indiano che tiene in galera, con l’accusa dell’omicidio di due pescatori, il maresciallo Massimiliano Latorre e il sergente Salvatore Girone. La consultazione è parecchio importante: se dovesse perdere il seggio per il quale si vota, il governo in carica potrebbe essere costretto alle dimissioni. Provo a chiarire il quadro, ma vado a grandi linee: gli equilibri politico-partitici indiani sono un tantinello più complicati dei nostri; il che è tutto dire.

Il fattore K

Il Kerala era, prima della sconfitta dell’anno scorso, uno Stato baluardo del Partito comunista dell’India (Marxista). L’attuale primo ministro, Oommen Chandy, governa con l’Udf (United democratic front), che è una coalizione formata da diversi partiti facenti capo all’Indian national congress (che governa tutta l’India). Il 13 aprile 2011 l’Udf ha vinto le elezioni con uno scarto di 4 seggi di maggioranza rispetto alla coalizione avversaria, Ldf (Left democratic front), formata dal citato Communist party of India (Marxist) – la sigla è Cpi-M – e dal Bharatuya janata party (Bjp), che è il secondo partito in India.
Per ragioni che qui è inutile indagare, i comunisti e i loro alleati (tra i quali c’è anche il Janata Dal, un partito socialista) sono indiani nazionalisti.
Non amano granché, diciamo così, gli italiani, perché la donna più potente dell’India, la presidente del Partito del Congresso, è l’italiana Antonia Edvige Albina Maino, detta Sonia, vedova del fu primo ministro Rajiv Gandhi.
I due marò, dunque, sono al centro dello scontro tra le due coalizioni. I contendenti fanno a gara a chi difende di più i pescatori (circa tre milioni di voti su 37 milioni di abitanti) e sventola più in alto la bandiera dell’orgoglio nazionale, offeso dai prepotenti italiani.

Una spintarella elettorale

A questo punto, risulta evidente pure ad un giocatore di calcio che la soluzione è politica: l’Italia dovrebbe subito intervenire nella campagna elettorale (c’è tempo fino a sabato 17, quando chiuderanno i seggi).
Non so se da quelle parti un parlamentare possa passare da un partito all’altro senza correre il rischio di essere linciato dagli elettori traditi, ma, laddove fosse possibile, sarebbe opportuno “incentivare” qualche tempestiva conversione. Si potrebbe dare una mano a Chandy, per fargli mantenere la poltrona in cambio dei due marò, oppure aiutare i comunisti a vincere se s’impegnano ad un atto di marxistica generosità.
Le libere elezioni possono essere influenzate in tante maniere. Gli 007, deviati o meno che siano, hanno più volte dimostrato che si può fare. E non parlo soltanto degli agenti italiani. Il libero elettore può cambiare parere e votare sull’onda di un’emozione provata all’ultimo momento. Non faccio esempi per non ritrovarmi alla porta i servizi segreti di mezzo mondo. Mi permetto soltanto di consigliare a chi di dovere che di un’eventuale operazione coperta non dovrebbe saperne niente il capo dei controllori dei nostri 007, Massimo D’Alema. Non ho ancora capito (ma certamente è una mia deficienza) se sia un ex comunista, un neo comunista o un post comunista, ma in ogni caso non correrei rischi.
Ah!, stavo per dimenticarmi dei guerriglieri. Si chiamano Naxalisti (per saperne di più cliccate sul web) e sono comunisti-maoisti; qualche decina di migliaia di persone nel People’s liberation guerrilla army. Di solito gli “estremisti”, i “terroristi” et similia sono una mano santa per risolvere situazioni imbarazzanti o per fare pressioni. E anche qui sarei un autolesionista se facessi qualche esempio.

La trappola del Diritto

Sulla maniera “legale” per liberare i fucilieri del San Marco (a proposito, il loro antico motto “Per Mare, Per Terram” è diventato anche il vessillo dei britannici Royal Marines) non ho la competenza per intervenire. A dirla tutta, non mi interessano le accuse e contraccuse su chi viola il diritto internazionale. Si possono schierare tot grandi giuristi che dimostrino che gli indiani hanno torto e altrettanti che diano torto all’Italia. Non ricordo casi internazionali risolti a colpi di carta bollata. Mi vengono in mente il contenzioso anglo-argentino sulle isole Malvinas/Falkland (risolto nel 1982 con la guerra) e le mille condanne dell’Onu a carico di Israele, rimaste lettera morta. Perciò, la si pianti con questa diatriba giuridica che assomiglia, nel piccolo, agli arzigogoli a proposito del reato inventato di “concorso esterno in associazione mafiosa”.
Il diritto è lo scudo dei deboli. Non mi dilungo sul tema. Pongo l’interrogativo seguente: se i rei fossero stati due marines americani, gli indiani si sarebbero comportati alla stessa maniera? Ciascuno si risponda da solo.

A tentoni sui fatti

Per quanto riguarda le polemiche su come si siano davvero svolti i fatti, non ho le informazioni per intervenire.
Non so chi abbia consigliato alla nave di lasciare le acque internazionali ed entrare nel porto indiano di Kochi.
Non so chi abbia dato il permesso ai due marò di scendere a terra e mettersi nelle mani della polizia locale.
Non so niente, in effetti. Ma so che è una infantile sciocchezza accusare i poliziotti indiani di aver convinto con l’inganno i due italiani a seguirli al commissariato. Da che mondo è mondo, lo sbirro inganna per legge. Se Renzo (I Promessi Sposi! scrigno di preziosi insegnamenti) avesse seguito docilmente gli sbirri, sarebbe finito a marcire in una galera spagnola. Protestando, invece, ad alta voce, il “pio” filatore di seta riacquistò la libertà.
Non so oggi, ma una volta arrivava il bigliettino dell’Arma o della Questura che invitava a presentarsi alle ore etc. per “comunicazioni che la riguardano”.
E quante persone il magistrato convoca come “persona informata dei fatti” e poi arresta?
Fra l’altro è pure offensivo per l’intelligenza dei marò, pensare che siano ingenuamente cascati in una trappola di polizia. Io ho prestato servizio militare nei Granatieri di Sardegna e posso affermare in piena coscienza che mai avrei lasciato il suolo italiano (una nave, un aereo, una zattera… qualunque cosa protetta dal tricolore) per andare a fornire delle spiegazioni. Mi sarei limitato a replicare: se volete parlare con me, venite voi qua. Come ha reagito (e meno male che c’è il senno di poi) un altro marò che si è fatto interrogare a bordo.
Dal 15 febbraio due marinai italiani sono sotto sequestro in una prigione indiana. Da come si sta muovendo – almeno ufficialmente – il governo italiano non dà speranze di una pronta liberazione. Prepariamoci ad un processo che, come ha anticipato il premier (traballante?) Chandy, potrebbe durare anche un anno.
Giuseppe Spezzaferro

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3 commenti

  1. più informazioni leggo sulla vicenda e maggiore diventa la mia incazzatura, quello che mi chiedo ma quanti Italiani lo sono come me? spero molti ma ne dubito fortemente, in più mi viene da credere che questa sia la vera differenza tra l’opinione pubblica nostrana e quella Americana e non

  2. Finalmente uno – il solito – che analizza.

    Aggiungerei all’interrogativo di per se giustissimo (se i rei fossero stati due marines americani, gli indiani si sarebbero comportati alla stessa maniera?) un altro (ammetto retorico) … se i rei fossero stati due marines americani molti che in Italia adesso protestano contro l’India non avrebbero condannato i killer yankee?

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