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Lavoro: Monti ha battuto Mastella

Tra qualche anno anche il Giappone dovrà vedersela con i problemi dei quali soffre l’Italia. La crescita nipponica è stata alimentata per circa mezzo secolo da imponenti masse giovanili, giacché la guerra aveva “impedito” l’invecchiamento della popolazione. La capacità di risparmio (il debito pubblico è tutto nelle mani dei fedeli sudditi del Tenno) si è accompagnata ad una piena occupazione e ad alti tassi di produttività. Da qualche anno, la crescita demografica si è bloccata e il rapporto giovani/vecchi si sta avvicinando ai tassi italiani. Il calo della produttività porterà ad un calo dei risparmi e Tokyo dovrà piazzare all’estero i titoli di Stato. Il cosiddetto libero mercato potrà insegnare ai giapponesi lo stesso ballo che sta facendo ballare a noi.
Succederà, dunque, che gli imprenditori del Sol Levante lamenteranno un “costo del lavoro” troppo alto e un eccessivo “peso previdenziale”. Si colpiranno, perciò, salari e pensioni. La visione romantica che fin da ragazzino coltivo del Giappone mi fa tuttavia sperare che, a colpi di katana, i samurai si libereranno delle catene in arrivo.

I soldi sono apolidi

Bisogna tener presente un dato fondamentale: il denaro non ha patria. Esso corre dove ci sono le condizioni migliori per moltiplicarsi. E’ inutile prendersela con il capitalista. Egli fa il proprio mestiere. E’ compito della politica, cioè dello Stato, far sì che i quattrini abbiano difficoltà ad “espatriare”. In parole povere: invece di ridurre i diritti dei lavoratori e le tutele previdenziali, si potrebbero “incoraggiare” i cosiddetti capitani d’industria ad intascare un utile più contenuto. Non devono rimetterci di tasca propria, questo mai!, ma soltanto guadagnare qualcosina di meno. Che nel mondo ci saranno sempre dei posti dove il “costo del lavoro” sarà più basso, è cosa naturale. Forse arriverà un giorno nel quale l’umanità intera potrà godere etc. etc., ma il licenziato, il disoccupato e il pensionato costretti ad una lotta per la sopravvivenza non sono interessati ad un futuro che probabilmente non vedranno nemmeno i loro bis bisnipoti.
E’ inutile che i sindacalisti strillino: la guerra è persa. Il governo Monti sta portando a compimento una “impresa” vecchia. Qui di seguito riporto un mio pezzo pubblicato diciotto anni fa (per l’esattezza era giovedì 7 luglio 1994) sul quotidiano “l’Umanità” e intitolato “I leggiadri minuetti del ministro Mastella”. Era il primo governo Berlusconi e l’uomo di Ceppaloni aveva conquistato la poltrona del Lavoro (lo so, è una contraddizione in termini, ma tant’è). Il tono canzonatorio del testo è un evidente frutto dell’intramontabile “ridere per non piangere”. Comunque, ecco l’articolo:

Il Lavoro di Clemente Mastella

Ricordate quando si parlava di “giri di walzer” per definire confuse attività governative? Oggi il valzer non è più di moda. E’ il minuetto la danza ufficiale. Inchini, sorrisi, movimenti delicati, passettini brevi, cadenza rilassante.
Al ministero del Lavoro è un minuetto continuo. I sindacati confederali soddisfatti sorridono (i metalmeccanici un po’ meno), il supermanager Romiti ride e tutti apprezzano il “senso di responsabilità che ha impedito inutili conflitti”.
Altro giro, altra corsa. Ieri il minuetto l’hanno messo in scena il serafico ministro Mastella ed il confindustriale presidente Abete. Il palcoscenico è stato gentilmente approntato dall’lntersind che ha così allietato l’assemblea annuale. Con garbo ed educazione Luigi Abete ha gettato lì, fra un passettino ed un inchino, che “il governo dovrà porre attenzione alla pensione integrativa, alla flessibilità del lavoro ed alla decontribuzione sul salario aziendale”.
Una finezza degna del traduttor dei traduttor d’Omero. In fin dei conti cosa chiedono con siffatta gentilezza i coraggiosi capitani d’industria? Che il lavoro sia il più possibile precario in modo da scoraggiare le pretese di una manodopera eternamente insoddisfatta e che altri capitani, quelli che reggono il timone delle grandi compagnie d’assicurazione, possano felicemente approdare negli sconquassali porti della previdenza statale.
La risposta ad una richiesta posta tanto graziosamente non sarebbe potuta essere più a modo di quella cinguettata da Clemente Mastella. Con una dizione all’altezza del forbito ambiente, il ministro del Lavoro, che aspira al titolo di Mister Leggiadria, ha serenamente detto che saranno studiate acconce “ipotesi sulla fiscalizzazione degli oneri contributivi” e che, per quanto concerne la previdenza, “bisogna determinare forme di sacrifici che siano comprensive”.
Acciocché il minuetto finisse con l’inchino d’obbligo, ha fatto dolcemente presente che le misure del governo “non sono imposte da una offensiva preconcetta”.
Excusatio non petita, accusatio manifesta: le vittime dell’offensiva (che di certo non saranno i capitani) hanno già avuto risposta. Il minuetto addolcisce e caramellizza, ma fuori del salone delle feste arriva una debole musica e per di più gli esclusi non sanno ballare una danza tanto raffinata. Ci riescono benissimo gli eleganti ospiti nel salone: sindacati (che dall’accordo di luglio in poi hanno sposato i governi), padroni (che dopo un momento di stizza hanno aperto le braccia a Berlusconi) e governanti (che nonostante lo speaker Ferrara continuano a straparlare). E la gente? Deve solamente sperare che i governativi siano… comprensivi.

Giuseppe Spezzaferro

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