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Se scende Monti, sale lo spread

C’è ancora qualcuno che non ha ben compreso come stanno le cose: Monti deve restare dove sta, altrimenti qualcuno si arrabbia. E sarebbero brutti ca…voli! Si tornerebbe, cioè, al default (fallimento) imminente di qualche mese fa. Ricordate? Beh,
provo a fare un riassunto delle puntate precedenti.

I “mercati” fanno schizzare oltre i 500 punti il differenziale (lo spread) tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. Coreuti interni ed esterni intonano il de profundis: lo Stivale è pieno di buchi e sta per affondare. Non si potrà evitare il naufragio – salmodiano in coro – se il governo Berlusconi non lascerà il passo ad un esecutivo di salvezza nazionale.
La resistenza è breve: lo spread non lascia spazi di manovra. Il Quirinale ha pronto il rimedio e gli oppositori sono d’accordo. Il Cavaliere smonta da cavallo e in pista scende il professor Mario Monti promosso velocemente senatore a vita dal presidente Napolitano.
Fatto inusitato per l’italico teatrino, l’accelerazione è continua. Il nuovo governo ottiene il sostegno del Parlamento (eccezion fatta per la Lega) e comincia a tappare le falle. Come? Smantellando quel che restava del sistema pensionistico che costituiva l’orgoglio del welfare made in Italy. A contorno del piatto forte, ci sono inasprimenti fiscali, balzelli, tasse e prelievi vari.
Monti assicura: vi stiamo succhiando il sangue, ma è per il vostro bene; abbiate pazienza e vi compenserò. Gli Italiani gli credono. Qualche protesta, ma niente di trascendentale.
I partiti cosiddetti di sinistra fanno i pompieri e spiegano ai compagni: l’importante è che Berlusconi non ci sta più, il resto l’aggiustiamo appena possibile.

Monti raccoglie applausi a scena aperta. I blitz contro i commercianti che non rilasciano lo scontrino e i controlli sugli appariscenti Suv entusiasmano i poveri cristi: finalmente anche i ricchi piangono; che bello; bravo Monti.
Fatto il pieno di consensi, Palazzo Chigi annuncia la fase due: bisogna rilanciare la produzione e perciò è necessario sbloccare il mercato del lavoro. E cosa impedisce la crescita? L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ovvio. Inutile girarci intorno: ci vuole flessibilità in uscita (leggasi: licenziamenti) sennò la macchina non riparte. Non si accettano repliche (i professori sono fatti così, è noto)

Qui non mi fermo sul 18. Mi concentro sulle reazioni.
Le “sinistre” parlamentari ci starebbero pure, ma la riforma (così la chiamano) mette in gioco la funzione di mediatori fra la forza-lavoro e il capitale: a rischio è l’esistenza stessa del sindacato (e il posto-lavoro di molti sindacalisti). Ci sono, è vero, delle differenze tra le forze sindacali e si vedono anche nelle reazioni calibrate, ma al Pd interessa la Cgil. Anche se non è più “cinghia di trasmissione” è pur sempre un serbatoio di voti e, se la Cgil si schiera contro il governo, c’è poco da fare.

Monti se ne frega e insiste. Quel poveraccio di Bersani è costretto ad alzare un tantinello la voce e avverte che il Pd è comunque un partito amico dei lavoratori.
In fin dei conti, almanaccano molte teste d’uovo piddine e non solo, la crisi è superata, lo spread sta sotto i 300 punti e potremmo anche fare a meno di Monti.
Illusione! Il professor senatore lancia una bomba.
La gente – dice – sta con il governo.
E – insiste – non si fida più dei partiti.
Comunque – aggiunge – io me ne posso pure andare.
Per far capire meglio che non è più quel tempo e quell’etade, Monti cita Andreotti, il quale, in una situazione analoga, aveva dichiarato: «Preferisco tirare a campare, piuttosto che tirare le cuoia». Il professore non ha dubbi: lui di tirare a campare non ci pensa proprio.
E’ il segnale convenuto. I mercati si agitano. Lo spread ricomincia a salire. L’atmosfera si fa pesante.
Ciliegina: il ministro Passera annuncia che l’Italia è in recessione e che la crisi resta alle porte.
Come finirà? Quando una valanga rotola a valle…
Giuseppe Spezzaferro

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