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I rantoli di AreaDem a Cortona

Al Centro convegni Sant’Agostino di Cortona, in provincia di Arezzo, s’è svolta la tre giorni (da venerdì 13 a domenica 15 aprile) di AreaDem, la corrente del Pd che fa capo all’ex diccì, Dario Franceschini. La novità di questo quinto appuntamento è la stesura di un “Manifesto di Cortona”. Aspettando di leggerne il testo, faccio qui un paio di annotazioni.
Mi ha colpito l’intervento svolto da Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, perché ha riportato i coordinatori di Areadem, convenuti nell’ex convento agostiniano del XIII secolo, nel luogo a loro più adatto e cioè in sacrestia.
C’è poco da ridere. La sacrestia ha due porte: una che si apre sul sacro e l’altra sul profano. Quale luogo migliore per una corrente che oscilla tra il padre-partito e la cosiddetta società civile?
Riccardi ha anche mostrato ai pochi sciocchini tuttora convinti della natura tecnica del governo Monti di essere un uomo politico a tutto tondo, nonché di essere chiaramente schierato. Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio (ah! quanti santi protettori ha Franceschini!) a ragion veduta ha parlato della globalizzazione, dato che è capo di una “multinazionale” che oggi opera in 70 Paesi. Ha sottolineato la necessità di avere una identità, altrimenti si resta schiacciati. La Comunità (che molti accusano di settarismo, ma questo è un altro capitolo) è nata nel 1968 come “associazione pubblica di laici della Chiesa” e, circa trent’anni fa, è stata eletta dalla Curia romana, “associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio”. Riccardi, dunque, concilia (tenete presenti le due porte della sacrestia) l’identità nazionale italiana con l’universalità della fede cristiana e mette insieme i vecchi italiani autoctoni e i nuovi italiani, cioè gli immigrati. Siccome è anche docente di Storia, Riccardi ha sostenuto che per guardare al futuro è indispensabile conoscere il passato. Ovviamente ha ragione, ma la nuova identità italiana non ha niente che vedere, mettiamo, con Dante o con Leonardo. Essa nasce dall’incontro con il Senegal e la Nigeria, con l’India e le Filippine… sarà per l’appunto una nuova identità, che mi sembra un tantinello ambiguo (stavo per cadere nel luogocomunismo e dire “gesuitico”) definire “italiana”.
Negli altri interventi, a cominciare da quello di Pier Luigi Bersani, di novità non se ne sono sentite. Anche il conduttore di “Ballarò”, Giovanni Floris, ha rimasticato cose scontate, restando in buona compagnia con David Sassoli, altro mezzobusto tv promosso europarlamentare.
Lo spartito suonato dagli orchestrali della tre giorni di Cortona ha cadenzato la liturgia funebre per i partiti (qualcuno l’ha estesa ai “corpi intermedi”, ovverosia ai sindacati), ma il trucco c’era e si vedeva: hanno suonato il de profundis dei partiti ma tutti pensavano al proprio, al Pd. E qualcuno si vedeva come il leader capace di risuscitare il Partito ridotto in stato comatoso dal funzionario Bersani.

Mezzo secolo fa…

Quand’ero un entusiasta adolescente iscritto alla Giovane Italia, l’associazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, sostenevo tesi che venivano bollate come “fasciste” e perciò rifiutate a priori. Intendiamoci, non erano argomenti elaborati da me (siamo negli anni intorno al 1962 ed io avevo 14/16 anni), bensì temi del Msi che mi avevano convinto più di altri.
C’era la questione del bicameralismo perfetto.
Perché – domandavo ai miei interlocutori e/o avversari – la Camera dei deputati e il Senato sono l’una la copia dell’altro?
C’era la mancata applicazione degli articoli 39 e 49 della Costituzione, che trattavano dei sindacati e dei partiti.
Perché – insistevo – questi articoli sono ignorati? Perché il “sistema” non vuole il riconoscimento della personalità giuridica di organizzazioni tanto preziose per la vita pubblica?
C’era il servizio militare obbligatorio, la naja.
Perché – chiedevo – non si fa il reclutamento su basa volontaria? Avremmo un esercito di specialisti, invece di spendere ogni anno miliardi e miliardi inutilmente.
Oggi questi temi sono all’ordine del giorno. Non sono più “fascisti”.
Fatta eccezione per le Forze Armate che sono su base volontaria, i doppioni Camera e Senato ed i partiti e sindacati non “costituzionalizzati” restano grosse falle nel sistema. Ma c’è tempo per mettere le toppe? Non credo.
I centri della politica (e dell’attività sindacale) si sono moltiplicati. Associazioni, sodalizi, movimenti di protesta e gruppi d’ogni sorta registrano una partecipazione che partiti e sindacati se la sognano.
A mio parere, se anche i politicanti di casa nostra si fossero tolti i paraocchi, la crisi sarebbe ugualmente arrivata. L’azzeramento delle due categorie fondamentali, spazio e tempo, determinato dall’irruzione del chip, ha spaccato la società: da una parte organizzazioni e sistemi in grado di prendere velocemente decisioni, dall’altra burosauri tardigradi costantemente in ritardo sulla realtà. E così, per esempio, progettano una raccordo anulare su un tracciato esterno e lo realizzano quando quel tracciato è diventato interno alla città.
L’antipolitica non è un virus diffuso da uno scienziato pazzo. La gente non ne può più. Ma non degli scandali (che ci sono sempre stati a cominciare dall’imbroglio sulle banane con protagonista Giuseppe Trabucchi, ministro delle Finanze nel 1965) bensì dell’inefficienza. Un tempo i politicanti rubavano sul cemento ma l’autostrada la facevano; oggi s’ingrassano senza nemmeno preoccuparsi di farla, l’autostrada. Basti pensare a quanti miliardi sono stati riversati su un’opera, il Ponte sullo Stretto, che dopo quarant’anni e passa è ancora un disegnino sulla carta.
Tra qualche settimana vedremo il risultato delle amministrative e potremo capire meglio come stiamo combinati. In base a quanti diserteranno i seggi, a quanti voti raccoglieranno le liste civiche, i movimenti di contestazione (grillini, girotondini et similia), i partiti dell’ultim’ora e partiti vecchi (tipo Rifondazione comunista), si potrà misurare la febbre italiana meglio di quanto non facciano i sondaggi.
Giuseppe Spezzaferro

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