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Elezioni spazzine. Qui e in Europa

Andiamo. E’ tempo di votare. Qui ci sono le amministrative (sia pure parziali), in Francia si vota per la scelta del presidente tra Francois Holland e Nicolas Sarkozy, in Germania per il governo dello stato federale dello Schleswig-Holstein e subito dopo per il governo del Nord-Reno-Westfalia, in Grecia per scegliere tra Evanghelos Venizelos (leader socialista) e Antonis Samaras (leader di centrodestra), in Serbia per le presidenziali, le politiche e le amministrative. Si vota anche nel Kosovo, che nel 2008 si dichiarò indipendente dalla Serbia ed è ancora in attesa che Belgrado lo accetti.
Tutte queste chiamate alle urne hanno un elemento in comune ed è la crisi che ha investito l’Europa, indebolendone il fascino. I popoli, a cominciare dal greco il più colpito, vogliono cambiare. Non vogliono più governi e amministratori che li spremono. Perché, si chiedono, dobbiamo pagare noi i debiti americani e le speculazioni fallite delle banche? In Italia si aggiunge il rifiuto nei confronti di un ceto politico dominante corrotto, sprecone e inefficiente al punto da dover lasciare il campo ad un governo di professori e banchieri. I segnali arrivati da Londra sono fortemente indicativi di quale sarà il panorama politico-amministrativo Oltremanica da lunedì in poi. I laburisti hanno conquistato 800 posti di governo nelle amministrative a riprova che i britannici sono stanchi dell’austerity imposta dal governo conservatore di David Cameron.
Da noi le amministrative hanno una valenza politica variabile: per chi perde sono “soltanto” elezioni locali, mentre sono un “forte segnale di cambiamento” per chi le vince. E’ vero che gli elettori sono più attenti ciascuno al proprio cortile che a quello nazionale, ma è pretestuoso negare al voto amministrativo il suo naturale peso politico. La sfida, per esempio, a Palermo avrà conseguenze anche a Roma, chiunque sarà stato il vincitore. Lì, a sinistra, si confrontano il vecchio cacicco Leoluca Orlando Cascio e Fabrizio Ferrandelli, candidato-sindaco del Pd.
Per le cifre, copio dal ministero dell’Interno, che dice: «Domenica 6 maggio, dalle ore 8.00 alle ore 22.00, e lunedì 7 maggio, dalle ore 7 alle ore 15, nelle regioni a statuto ordinario si svolgeranno le elezioni del sindaco e del consiglio comunale di 770 comuni (di cui 22 capoluoghi di provincia: Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Belluno, Verona, Genova, La Spezia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia, Frosinone, Rieti, L’Aquila, Isernia, Brindisi, Lecce, Taranto, Trani e Catanzaro) nonché dei consigli circoscrizionali. Nella medesima data si svolgeranno le elezioni dei Sindaci e dei Consigli comunali nelle regioni autonome di Friuli Venezia Giulia e Sicilia i cui dati saranno disponibili sui relativi siti internet. Le elezioni in 770 comuni di regioni a statuto ordinario interesseranno 7.202.146 elettori, di cui 3.467.247 maschi e 3.734.899 femmine.
Le sezioni elettorali complessive saranno 8.654».
Allo stato attuale è il centrodestra al comando (governa, per esempio, 18 capoluoghi di provincia, mentre il centrosinistra ne ha 8), ma è scontato che ci sarà un grosso scossone.
A parte la caduta del governo Berlusconi, va tenuto presente che s’è rotto anche l’asse Pdl-Lega. Sul fronte opposto, la situazione è talmente magmatica che soltanto i dati definitivi potranno disegnare con congrua approssimazione.

La rivoluzione che non vediamo

E’ difficile accorgersi di una rivoluzione in corso quando ci si è dentro. Uno che si guarda allo specchio tutti i giorni invecchia senza averne piena contezza. Io mi rendo conto di essere invecchiato (a parte i naturali grippaggi) ogni volta che incontro qualcuno che non vedevo da anni. Scopro il mio invecchiamento notando il suo. E’ necessario un termine di paragone per afferrare la realtà. Quando stavo in montagna, a Tremonti, l’amico Tiberio veniva a farmi visita a intervalli quasi regolari per calcolare (sì, la sua è una mente matematico-scientifica) quanto e in cosa fosse cambiato usando me come parametro. E me lo diceva pure.
Prima dell’avvento del bit, che ha ucciso spazio e tempo, la gente capiva che era scoppiata un rivoluzione perché scorreva il sangue. Nei luoghi dove non c’erano spargimenti di sangue, la vita andava avanti come al solito. Nelle più lontane isbe della sterminata Russia, il ritratto dello zar Nicola II era rimasto appeso (accanto all’immagine di Cristo) per molti anni dopo che il Cremlino aveva cambiato padrone.
Mancando la consapevolezza della rivoluzione che stiamo vivendo, non si compiono quelle azioni necessarie per adeguarsi al nuovo stato di cose, azioni che, con la ghigliottina al lavoro, invece, erano spontanee per l’aristocratico, per il prete, per lo sbirro, per la cortigiana… Tutti mutavano abitudini (e perfino d’abito) per far parte della nuova società che stava nascendo.
Scorgo una marea di politici che, non vedendo la ghigliottina, restano abbarbicati a vecchi comportamenti. Vedo professori che continuano ad insegnare falsità smentite da nuove scoperte e/o da nuovi documenti. Vedo impiegati statali che non si sono spostati d’un solo grado dalla solita rotta. Sta cambiando il mondo, e la gran parte della gente tiene ancora appeso in salotto il ritratto dello zar.

Quei fessacchiotti anti-euro

Cito il mondo non per modo di dire. I rapporti di forza, la potenza economica, la crescita demografica, il controllo delle materie prime (grano e petrolio), le alleanze, gli assestamenti geopolitici… tutto sta cambiando. In India c’è tuttora una marea di gente che muore di fame, eppure l’economia indiana è diventata la quarta nel mondo. Sono forti e potenti; e fanno di tutto, anche sequestrare soldati italiani, pur di farlo vedere. Poco importa che la crescita del Pil non significhi una distribuzione della ricchezza più equa oppure condizioni generalizzate di assistenza sanitaria. E’ il Prodotto interno lordo che fa la differenza. La stessa cosa vale per la Cina o per il Brasile. Sono Paesi a forte crescita di Pil, ma la gran parte di quelle popolazioni vivono senza acqua corrente in casa, senza servizi igienici, in uno stato di pura sopravvivenza.
Quei fessacchiotti (parlo di quelli in buona fede, intendiamoci) che rimpiangono la lira, e che odiano l’Europa perché ci fa sputare sangue, si debbono convincere che l’Italia non è più l’ottava potenza industriale della Terra e che per competere con i giganti che stanno crescendo (fregandosene dei diritti umani, immaginiamoci di quelli sindacali) c’è da giocare per forza la carta europea.
C’è in corso una rivoluzione, e il commerciante con la barca a Fiumicino e la casetta ai Castelli auspica l’abbandono dell’euro perché “ci costa troppo”. Io sono contento se un autista dell’Atac va farsi le vacanze alle Galapagos con la moglie impiegata alle Poste e che ha un negozietto “che sono più le tasse, che il guadagno”. Faccio salti di gioia se un giovane disoccupato va regolarmente in discoteca, non si perde un concerto né una prima, e si sposta con la moto regalatagli dalla nonna. Mi sta bene perfino lo zingaro che parcheggia la Mercedes davanti alla banca all’angolo di casa mia per depositare 4 o 5 sacchetti di soldi raccolti dai piccoli mendicanti e dalle piccole taccheggiatrici. Questa è una società opulenta e perciò può consentirsi ogni lusso. Ma ancora per quanto? Cambia il mondo e anche l’Italia deve cambiare. Può essere che conservi validità la strategia di Tancredi, nipote prediletto del principe di Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» (“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), ma non ci scommetterei.

L’assalto al Palazzo

Hanno raccontato alla gente che era indispensabile copiare il sistema bipolare angloamericano: un partito-coalizione al governo e l’altro all’opposizione. L’avvicendamento dei repubblicani/democratici alla Casa Bianca e dei conservatori/laburisti a Downing Street – raccontavano – assicura l’alternanza democratica dei governi e tiene alto l’indice di governabilità. Gli italiani hanno creduto che i guai fossero causati da troppi partiti (con troppi galli nel pollaio non fa mai giorno) e hanno detto sì al bipolarismo. Alle ultime elezioni, infatti, in Parlamento erano entrati Pdl, Pd, Udc, Lega, Idv e qualche rappresentante delle minoranze altoatesine e valdostane. Ma basta cambiare le regole perché cambi la cultura? In un sistema bipolare normale, c’è chi governa e chi fa l’opposizione in attesa di andare al governo. Si chiama dialettica democratica. Che in Italia non esiste, perché predomina la tesi seguente: se vincono gli altri è la fine! Muore la libertà! L’Italia si sfascia! Le città cadono nelle mani della criminalità! No, della mafia! No, dei preti! I poli, insomma, si lanciano reciproche infamanti accuse che, tra l’altro, all’estero prendono sul serio. Sere fa il capopopolo formato Di Pietro ha detto in televisione che l’Italia è fallita. Un investitore cinese o uno indiano ci credono e vendono i titoli italiani. Ovviamente il concorrente del comico Grillo dice che mica è colpa sua se l’Italia non ha più credibilità sui mercati internazionali. Il fatto è che gli italiani si sono abituati al gioco al massacro e perciò non credono più a quello che dicono i politicanti.
Il bipolarismo, dunque, non ha retto alla prova-Berlusconi. I suoi nemici per abbatterlo hanno usato tutti i mezzi e sfruttato tutte le occasioni. Il Parlamento si è improvvisamente affollato come ai tempi della cosiddetta prima repubblica. Oggi alla Camera siedono i seguenti gruppi: Popolo della Libertà (PdL); Partito Democratico (PD); Lega Nord Padania (LNP); Unione di Centro per il Terzo Polo (UdCpTP); Futuro e Libertà per il Terzo Polo (FLpTP); Popolo e Territorio (Noi Sud-Libertà ed Autonomia, Popolari d’Italia Domani-PID, Movimento di Responsabilità Nazionale-MRN, Azione Popolare, Alleanza di Centro-AdC, La Discussione); Italia dei Valori (IdV); Misto; Misto-Alleanza per l’Italia (Misto-ApI); Misto-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud (Misto-MpA-Sud); Misto-Liberal Democratici-MAIE (Misto-LD-MAIE); Misto-Minoranze linguistiche (Misto-Min.ling); Misto-Repubblicani-Azionisti (Misto-R-A); Misto-Noi per il Partito del Sud Lega Sud Ausonia (Misto-NPSud); Misto-Fareitalia per la Costituente Popolare (Misto-FCP); Misto-Liberali per l’Italia-PLI (Misto-LI-PLI); Misto-Grande Sud-PPA (Misto-G.Sud-PPA).
Questa frammentazione è colpa della legge elettorale? E’ evidente che il famigerato Porcellum non c’entra. La proliferazione è generata dai regolamenti delle Camere e dell’astuzia dei parlamentari che, come dice la Costituzione, non hanno vincolo di mandato, cioè possono fare come vogliono.

Elezioni spazzine

La moltiplicazione dei partiti e dei movimenti in Parlamento è un conto, ben altro è sopravvivere al vaglio elettorale. Quasi tutte le nuove sigle scompariranno alle prossime politiche, ma ce ne sono di nuove che raccoglieranno la rabbia popolare. Il successo di Beppe Grillo è scontato. I commentatori più nobili (in maggioranza di sinistra) e i comici più accreditati (tutti di sinistra) attaccano il comico genovese perché il Pd ha paura di perdere i “suoi” voti a vantaggio del Movimento cinque stelle. A lato del partito guidato (si fa per dire) dal funzionario Pier Luigi Bersani, svolazzano vampiri in quantità. Ho già detto che perfino l’arruffapopoli Antonio Di Pietro succhia voti dal Pd. Poi c’è la galassia rosso-verde del governatore (per grazia della Signora Adriana Poli Bortone) Nichi Vendola e si profila l’arrembaggio di antichi simboli quali la falce, il martello e stelle rosse varie.
La gente è incazzata e vuole punire i partiti che pensano soltanto a fare quattrini sulla pelle degli altri. Il voto amministrativo sarà un voto di forte protesta. Vedremo la vittoria di liste civiche e di liste-combattenti. Vedremo il ridimensionamento dei potenti Pdl e Pd. Su un partito non riesco a fare previsioni: l’Udc. Quando si tratta di democristiani c’è sempre qualcosa che sfugge. Come hanno insegnato i circa sessant’anni passati.
Giuseppe Spezzaferro

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