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L’Italia terzomondizzata

E’ sempre stato difficile parlare di diritti del lavoratore, ma con la crisi che c’è è diventato del tutto impossibile. Fino a ieri c’era ancora qualcuno che contestava l’ora di straordinario fatta e non pagata. Oggi i senza lavoro sono disposti a qualunque compromesso pur di avere un salario. Quando si ha fame non si fa tanto gli schizzinosi e s’ingurgita qualsiasi cosa. C’è, però, un dato da tener presente: la crisi esportata dagli Usa è devastante, ma la tendenza a “terzomondizzare” il lavoro è storia vecchia.
Scartabellando ho trovato una prima pagina del quotidiano “L’Umanità” di venerdì 23 dicembre 1994 con un mio corsivo d’apertura intitolato “Lavoro, gli esami non finiscono mai”. Si tratta di diciotto anni fa circa, eppure la brutta parola che m’ero inventato (“terzomondizzare”) è più azzeccata di prima.
Riproduco qui di seguito, tal quale, il pezzo che scrissi allora.
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È proprio vero che non si smette mai di imparare. Apprendiamo soltanto adesso che la precarizzazione del lavoro e la contemporanea spremitura dei salari costituiscono una richiesta ben precisa che fanno i… paesi latinoamericani. In una corrispondenza da Bruxelles, infatti, leggiamo che il summit del prossimo marzo a Copenhagen delle Nazioni Unite sui problemi del lavoro è malvisto da una folta schiera di paesi emergenti, dall’Atlantico al Pacifico.
Nella capitale danese i membri Onu dovrebbero, secondo l’agenda, ratificare i trattati (che già molti hanno sottoscritto) dell’International Labor Organization. L’Ilo – com’è noto – è impegnata in una lunga battaglia affinché le condizioni sociali dei lavoratori di tutto il mondo, pur con le inevitabili differenze, siano quantomeno dignitose. L’Organizzazione internazionale del lavoro è, per dirla in breve, una sorta di supersindacato e perciò si occupa delle condizioni ambientali sui posti di lavoro, del cottimo, dello straordinario, delle ferie, dell’assistenza sanitaria, della previdenza eccetera eccetera.
L’Unione europea è orientata – almeno a quanto dicono i suoi rappresentanti – a difendere il mondo del lavoro dall’assalto di mercato selvaggio e perciò si dichiara in sintonia con l’operato dell’Ilo.
A questo punto c’è la sorpresa. La posizione degli Stati europei non è contestata dagli gnomi di WaII Street, e dai loro utili idioti convertiti in tutta fretta alla religione del neoliberismo, bensì è stata attaccata da governanti latinoamericani e asiatici i quali hanno accusato l’Ue di voler nascondere dietro l’apparente difesa dei diritti dei lavoratori il protezionismo dell’export comunitario.
Morale della favola: il capitale apolide e plurilingue non è responsabile dello sfruttamento intensivo del lavoratore più di quanto non lo siano tanti Paesi all’arrembaggio dei mercati. A ricattare i lavoratori di Termoli («o acccettate le nostre condizioni oppure porteremo i nostri soldi altrove») non è stata dunque un’azienda. Nossignore. Sono stati gli affamati lavoratori terzomondisti disposti a lavorare a qualsiasi costo pur di sopravvivere.
Un’annotazione al margine ci sembra quantomai opportuna. La lotta per la conquista degli sbocchi commerciali e degli spazi industriali è stata quasi esclusivamente basata fino ad oggi sulla compressione del costo del lavoro. E più facile pagare salari più bassi piuttosto che razionalizzare processi di distribuzione, di investire in know-how, di spendere soldi per comprimere i costi energetici… Invece di terzomondizzare il lavoro bisogna stimolare la crescita sociale in tutto il mondo. Invertire la rotta, dunque, per fermare i neo-barbari.
Giuseppe Spezzaferro

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