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Censis, perdita di sovranità e sfiducia nella politica

Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica che dal 1964 scatta fotografie della società italiana. A volte più nitide, altre volte meno, sono sempre foto apprezzate.
Pochi giorni fa, il Censis ha pubblicato uno studio intitolato “Dove sta oggi la sovranità” e credo utile proporre qui alcuni stralci. Se io dico che il nostro destino è nelle mani del capitale apolide e plurilingue, chiunque potrebbe accusarmi come minimo di esagerare, se lo dice il Censis, è difficile trovare chi lo contesti. Perciò qui appresso faccio un copia e incolla senza ulteriori commenti.

«“Ce lo chiedono i mercati internazionali” è la spiegazione che accompagna le scelte impopolari, quelle che vanno fatte anche se fanno male e che sanciscono che la finanza internazionale è in grado di condizionare la vita collettiva e di ciascun cittadino imponendo opzioni che probabilmente non riuscirebbero ad affermarsi tramite i canali del consenso democratico.
E’ qui il cuore della questione: cosa accade alla sovranità democratica, quella del popolo che si esprime tramite i meccanismi della democrazia rappresentativa se poi scelte che determinano la vita delle persone sono praticamente imposte da soggetti imperscrutabili, lontani, non imputabili, dai protagonisti opachi della finanza internazionale?
Cosa succede della sovranità popolare che si esprime tramite il meccanismo della competizione elettorale tra partiti, uomini politici, opinioni, idee, progetti e che può eventualmente tramite il voto sancire chi ha gestito il potere?».
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«Protagonisti dell’economia mondiale, in grado di parlare da pari-a-pari e, molto spesso, da posizioni di forza con gli Stati nazionali sono gli operatori globali che a caccia dei rendimenti migliori sono in grado di spostare rapidamente enormi masse di capitali da un mercato all’altro, grazie alla libera circolazione finanziaria e all’utilizzo delle nuove tecnologie Ict.
L’esistenza di tali operatori finanziari globali spiega perché oggi anche Stati nazionali con storia antica e potenza economica consolidata non possono non considerare nelle loro scelte di politica economica il punto di vista dei mercati internazionali, perché quest’ultimi con le loro reazioni sono in grado di infliggere danni che fanno male».
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«Oggi si deve registrare la fine della sovranità dello Stato e con essa della politica; il rischio maggiore è una società eterodiretta che riesce sempre meno ad avere identità, scoprendosi fragile, impotente, oscillante tra mugugni, adattamenti e antagonismi vari».
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«Tutti gli Stati nazionali, anche i più forti, sono condizionati nelle loro scelte dai mercati finanziari internazionali e dai soggetti che ne sono protagonisti, come i Fondi sovrani, i Fondi pensione, le grandi banche d’affari e le agenzie di rating: è ormai più o meno noto il profilo tipologico dei principali protagonisti della finanza mondiale che condizionano la vita degli Stati, troppo spesso è invece meno noto il profilo proprietario e la trama di interessi che racchiudono».
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«Prigionieri di un debito sovrano colossale, alla perenne ricerca di creditori, l’Italia è oggi costretta a misurarsi direttamente con il nuovo potere della finanza».
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«Il persistente potere attribuito al governo, pur nella constatazione che una quota molto alta ritiene che la sovranità sia altrove, fuori dai confini nazionali, probabilmente rinvia al fatto che nel nostro Paese la sudditanza ai circuiti finanziari internazionali convive con la convinzione profonda che le istituzioni nazionali qualcosa in più potrebbero e, soprattutto, avrebbero potuto fare.
E’ questo un aspetto che differenzia l’Italia rispetto ad altri Paesi preda di crisi e sovranità in fuga dove la convinzione che governi e parlamenti nazionali abbiano inutilizzato o malutilizzato poteri reali è stata fatta propria e rilanciata dalle retoriche e dalle pratiche più estremiste che l’hanno incapsulata in coalizioni sociopolitiche che puntano il dito contro le responsabilità delle elite, da quelle finanziarie a quelle europeiste a quelle più globali.
Come rilevato, ad oggi l’Italia fa parzialmente eccezione rispetto a queste dinamiche perché nel nostro paese in questa fase vince una retorica antipartitica piuttosto che una antielitaria, tanto più che l’elite dei tecnici è ancora beneficiaria di un luna di miele che la vede come salvatrice rispetto all’inconcludenza della politica pregressa.
In pratica, gli italiani sono convinti che a livello nazionale le istituzioni hanno giocato male la loro partita, da cui l’attuale espropriazione di sovranità; in questa ottica la sudditanza ai poteri internazionali viene percepita come una resa ormai necessaria, che però ci è stata imposta anche dagli errori pregressi».
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«Si può dire, in sintesi, che di fronte ad una sovranità che vola verso l’alto, lontana dai luoghi classici di formazione della decisione fondata sul consenso costruito tramite gli strumenti della democrazia rappresentativa, l’Italia si differenzia da altri Paesi perché riversa sulla politica, e più ancora sul personale politico dei partiti, la delusione per non avere saputo negoziare, mediare tra le dinamiche globali finanziari che generano sudditanza e la vita quotidiana dei cittadini stessi».
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«Spicca il dato relativo ai giovani che molto meno delle altre classi di età si abbandonano alla magia della competenza e dei tecnici; è infatti quasi il 54% degli intervistati con età compresa tra 18 e 29 anni a dichiarare che in questa fase è comunque importante avere ai vertici delle istituzioni ad ogni livello persone elette dal popolo che possono rispondere di quello che fanno».
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«Finito il mondo bipolare, affermatasi l’arena globale fatta di mercati in cui circolano liberamente e sempre più freneticamente i capitali, apertisi anche i mercati commerciali in misura sconosciuta rispetto ai decenni precedenti, anche il percorso della Ue ha avuto un’accelerazione con tappe ravvicinate di cessione di quote di potere reale da parte degli stati nazionali».
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«Il senso di impotenza, la percezione di non contare nulla in politica e nei processi decisionali è profondamente radicato nella società italiana e alimenta scetticismi, estraneità, la convinzione che nulla può esser fatto e che soprattutto le persone nulla contano e nulla possono».
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«La convinzione che si vive in una fase di zero sovranità per i cittadini si completa con la percezione forte che ci sia un gap molto ampio tra le opinioni dei cittadini e le decisioni prese dai leaders politici; lo pensa il 91% degli italiani ed ancora una volta è la Grecia (96%) il paese dove si registrano le quote più alte di intervistati che condividono questa opinione; è alta la quota anche tra gli spagnoli (93%), mentre il dato medio europeo è molto vicino a quello italiano».
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«Le regole imposte da lontano tramite il meccanismo impersonale dello spread e i diktat degli organismi sovranazionali si sono tradotte in misure di austerità, e socialmente la perdita di sovranità ha coinciso con il rigore in risposta alla crisi.
In altre parole, l’austerità è imposta dall’alto, da pochi, arriva per ragioni lontane e viene subìta; un processo opposto rispetto alla vicenda della sviluppo italiano che è stato di popolo, dal basso, di tanti soggetti che proliferando hanno determinato la massa critica che ha permesso al paese di diventare in cinquant’anni ben altro da quello che era uscito dalla guerra mondiale e dal fascismo».
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«La vitalità molecolare non è stata priva però di intelaiatura istituzionale; a lungo hanno operato i grandi partiti di massa, compattatori ideologici e organizzativi della molteplicità sociale sempre più crescente, e poi i soggetti intermedi, dai sindacati di lavoratori e datori di lavoro alle tante forme di rappresentanza, e poi ancora le nuove modalità di organizzazione sociale dal basso, dal volontariato all’associazionismo; la soggettività economica, la spinta all’individualismo formidabili motori di crescita socioeconomica hanno sempre avuto dei pendant socioistituzionali».
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«Storicamente la cetomedizzazione ha offerto uno sfiatatoio di massa al conflitto sociale e di classe ed ha reso omogenei gli obiettivi di vita delle persone, incanalando energie sociali, progetti di vita, voglia di fare nella riuscita personale, nella corsa individuale e familiare alla costruzione del benessere.
E’ così che si era creata la base sociale della democrazia rappresentativa, il pieno consenso verso un regime di libertà economica e pluralismo politico, il compattamento socioeconomico e socioculturale che di fatto ha consentito al paese di crescere e superare le sue fasi storiche più difficili.
La cetomedizzazione si è interrotta e con la crisi è apparso evidente che il corpaccione sociale che nel tempo ha dato stabilità sociopolitica al paese vive una erosione verso il basso e verso l’alto».
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«E’ così che si fa largo un antagonismo che ha radici profondamente individualiste e soggettive, che origina dalla fragilità delle persone per anni convinte di farcela da sole e oggi alle prese con un contesto che le sorpassa e che stentano a gestire.
C’è una frammentazione orizzontale dei soggetti con una moltiplicazione della litigiosità, di forme di rinserramento micro in cui le diversità diventano distanze e fonte non solo potenziale di antagonismi; richieste di indicare le persone da cui si sentono più distanti è emerso che il 31% ha indicato le persone con uno stile di vita diverso, per modelli di consumo, di fruizione del tempo libero, di rapporto con gli altri ecc.; il 28% le persone con altra posizione politica e poi le persone di altro ceto sociale (18,4%), di altra età e generazione (13,2%) e di altra etnia (12,9%)».
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«E’ molto ridotta la fiducia degli italiani nel contributo che può arrivare al benessere dall’istruzione; infatti, solo il 24% degli italiani è convinto che i laureati trovino buoni lavori con buone remunerazioni; il 32% pensa che un laureato deve comunque passare da un lungo periodo di ricerca di occupazione prima di trovare una collocazione buona, il 25% pensa che per trovare lavoro sono più importanti le raccomandazioni oppure avere attività autonome di famiglia, e il 18,4% addirittura che la laurea non serve a niente, perché ci sono tanti laureati disoccupati, o con stipendi bassi».
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«Sfiducia nel futuro e sfiducia nei canali di promozione sociale e di creazione del benessere: dallo studio che non genera mobilità al lavoro che scarseggerà sempre più, sino al welfare che copre sempre meno.
Da qui quella diffusa percezione di fragilità, di non farcela, di essere soli di fronte al pericolo».
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«Anche in questa fase, improvvisi catastrofi naturali fanno scattare ondate di solidarietà emotiva fatte di una miriade di atti concreti e, malgrado il cupo mood del momento, persiste una certa propensione a forme di solidarietà nazionale come insieme di sacrifici individuali, chiaramente orientati ad un interesse collettivo».
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«In sostanza, in questa fase incertezza e tentazione di abbandonarsi all’eterodirezione, sperando che ci porti fuori dal guado, prevalgono su forme di neonazionalismo che vorrebbero mettere la sovranità al di sopra di tutto.
E’ però una situazione molto fluida, in movimento, che vede gli italiani per ora meno presi dalle retoriche anti elitarie, ma in cauta attesa, disposti a lasciare che le cose accadano purché emergano segnali che i sacrifici consentiranno di andare da qualche parte, possibilmente oltre il guado».

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