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Alla plebe s’addice il vitello d’oro

Mosè si assenta per andare in montagna a prendere le tavole della legge scolpite da Yahweh e la plebe si dà alla pazza gioia girotondando ai piedi di un lucente caprone dorato.
Pilato chiede alla plebe chi vuole sia liberato; e chi sceglie la plebe tra il pio Nazareno e il bandito Barabba?
A volte la plebe la fa talmente sporca che nemmeno sembra abbastanza chiamarla plebaglia.
Che se la gode al circo guardando i leoni sbranare i condannati a morte; che gremisce le piazze per vedere rotolare nel cesto le teste recise; che brucia i templi per imporre un dio di importazione.
Acclama il despota e impicca chi desidera emanciparla; accende i roghi, innalza le forche, fa a pezzi i cadaveri; crocifigge il profeta che ha festeggiato il giorno prima.
La plebe campa di gelosie e meschinità. Ha la bugia sempre pronta. I sentimenti che prova somigliano a quelli del gatto di casa, ma non a quelli del cane, animale fedele. La plebe si nutre di infedeltà.

Il plebeo, che intasava le strade di Roma, di Persepoli, di Babilonia, è lo stesso che ti spinge per entrare nella metro già piena o per salire sull’autobus sovraffollato.
Non è un taumaturgo che preme per andare a salvare una vita.
Non è un gelataio che deve arrivare prima che si sciolga il gelato.
Non è il cornuto che si sta precipitando a casa per sorprendere la moglie adultera.
Non ha un attacco di diarrea per cui ha paura di farsela addosso se aspetta due minuti il treno seguente.
Può capitare che la differenza di un solo minuto gli faccia perdere la coincidenza a Termini, ma di solito si comporta da plebeo perché è la sua natura.

Non è questione di soldi: molti plebei sono ricchi.
Non è mancanza di un’istruzione adeguata: di plebei laureati ce n’è un bel po’ e qualcuno è perfino docente universitario.
Al Quirinale la plebe scorge il corazziere con tanto di elmo e sciabola e ride. Non capisce come uno possa stare lì impalato come un pupazzo. Poi qualcuno mormora che un corazziere si becca un sacco di soldi e la plebe si arrabbia. Devo pagare le tasse per stipendiare quel gigante in divisa che nemmeno mi guarda?
Davanti al Vittoriano, la plebe non riesce proprio a tenersi. Quei soldatini, che montano la guardia non si sa a che cosa, sono due scemi. Ridendo qualcuno si vanta di essersela scappottata grazie ad un falso certificato medico. Il plebeo ride, perché fare il militare è una perdita di tempo (ed è pure un’usanza fascista: aggiunge il plebeo democratico).
La plebe guarda in televisione spiagge assolate e fresche montagne, una musica eccitante accompagna le immagini e una simpatica voce vanta splendidi luoghi facilmente raggiungibili. La plebe vede in giro manifesti con donne provocanti in riva a mari trasparenti di blu. La plebe sente il richiamo della natura. La plebe va sul posto e vuole l’aria condizionata, gli spaghetti alla puttanesca, il televisore collegato al satellite, il motoscafo, le scale mobili… dovunque vada la plebe vuole stare come a casa.

Non è il portafoglio, non è l’istruzione, non è la professione. Nessun criterio materiale è sufficiente ad individuare chi appartenga a pieno diritto alla plebe.
Il plebeo ha un orizzonte ristretto. E’ limitato al “giardino”. L’esistenza plebea si avvita intorno alle piccole cose quotidiane. Non brucia di sogni veri. Spasima di desideri terra terra: il lavoro, la carriera, i soldi, le vacanze…
Il plebeo non sa che l’uomo vale in rapporto alle cose cui dà valore. Il plebeo è furbo (o crede di esserlo) e va matto per il pettegolezzo. Gode a dire male di chiunque. Del vip o del coinquilino del piano di sotto, poco importa.

Non impiega un solo secondo in un qualsivoglia tentativo di migliorare lo stato delle cose.
Il plebeo conosce esclusivamente il bene privato, il proprio, e nemmeno lo immagina che possa esserci un bene comune. Comune a che? a chi? ma chi me lo fa fare? Io non mi faccio fregare dai furbacchioni che ti mettono sotto con la scusa del bene pubblico.
Bla bla del genere sono il sound più diffuso. Per la plebe, se piove, il governo è ladro.
Il diritto di critica è l’autostrada sulla quale sfrecciano luoghi comuni e bestialità, maldicenze e cattiverie, rancori e gelosie. Il plebeo odia i politici ma ne conosce uno che è davvero bravo: l’ha aiutato a trovare casa. I partiti rubano tutti, ma il suo partito è onesto, le calunnie non lo toccano.

La differenza con il passato sta nel fatto che la plebe sapeva d’essere di poco o niente conto e oggi crede di essere invece l’ombelico del mondo.
Esprime giudizi, pronuncia sentenze ed è convinta che se soltanto ne avesse la possibilità farebbe molto meglio di un commissario tecnico della nazionale di calcio, di un manager Fiat, di un presidente, di un ministro…
Alle nuove generazioni tramanda il nulla. Vestito all’ultima moda, però.
Giuseppe Spezzaferro

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